domenica 12 marzo 2017

Art Nouveau - Gustave Klimt

Art Nouveau in Francia, Jugendstil in Germania, Modern Style in Inghilterra, Sezessionstil in Austria, Modernismo in Spagna, Liberty in Italia: sono solo alcuni dei termini che indicano lo stile internazionale che si sviluppò tra il 1890 e il 1914, un periodo che venne chiamato «Belle Époque».
Questi nomi suggeriscono i concetti di novità, giovinezza, modernità, stacco dal passato, libertà. Altri nomi furono "stile tentacolare", "stile tenia", "stile Belle Époque".
Il primo paese in cui si sviluppò fu l'Inghilterra (metà dell'Ottocento), quello in cui durò più a lungo la Spagna (anni '30 del Novecento, fino alla morte di Gaudì).

Alle origini di questo stile, che potremmo definire anche “moda”, è il fitto dibattito che si sviluppò in Inghilterra nella seconda metà dell’Ottocento sulla produzione industriale, sul prodotto in serie e sull’estraneità dell’uomo dal proprio lavoro.
La produzione in serie, infatti, aveva consentito un’ampia diffusione di nuovi prodotti, ma aveva, al tempo stesso, determinato un abbassamento della loro qualità.

Il primo a dedicarsi alla rivalutazione e allo sviluppo delle arti minori* fu l’inglese William Morris, che, dedicandosi alla progettazione di oggetti di uso comune, nella seconda metà dell’Ottocento “inventò” il design.
L’esigenza era quella di ridare dignità sia all’attività artigianale sia all’oggetto prodotto in serie.
Bellezza e Utilità non dovevano essere separate.

William Morris, disegno per tessuto, 1884


Gli artisti pensavano che grazie alla produzione in serie, oggetti belli e utili dovessero diventare alla portata di tutti, non solo dei più ricchi.

Emile Gallé, lampada “Corolla”, vetro soffiato e bronzo
 (1900 c.)
Era però necessario abbandonare i vecchi modelli degli oggetti di artigianato e trovarne di nuovi.
La nuova fonte di ispirazione del nuovo stile divennero il mondo animale e quello vegetale.

I modelli tratti dal mondo naturale diventano una delle principali caratteristiche del nuovo stile che comprende le più diverse produzioni: carte da parati, tessuti per arredamento, gioielli, abiti femminili, servizi da tavola, lampade, arredi, soprammobili, grafica, manifesti pubblicitari, vetrate, etc.



L’Art Nouveau nasce come stile ornamentale con delle caratteristiche comuni in tutte le nazioni in cui si diffonde: oltre ai temi naturalistici, con una tendenza all’astrazione e alla stilizzazione, il più evidente è l’uso della linea sinuosa, tentacolare, che attribuisce alle forme un senso di movimento.
Gli oggetti sono concepiti come esseri viventi, in crescita.



Antoni Gaudì, interno di casa Battlò (1904/07)
LINK: Wikipedia, casa Battlò

L’architettura di interni ed esterni hanno pari importanza nella progettazione dell’Art Nouveau: la decorazione d’ambienti va di pari passo con le grandi costruzioni. Gli architetti affermarono il principio dell’unità tra le Arti “Maggiori” (pittura, scultura, architettura) e Arti “Minori” (artigianato).

Oltre che agli elementi naturali, l’Art Nouveau si ispirò all’arte gotica e a quella giapponese.

L’arte giapponese aveva alcune caratteristiche importanti per gli esponenti dell’Art Nouveau: l’asimmetria e l’importanza attribuita alla linea.









Utagawa Hiroshige (1797 - 1858),
Ponte del parco di Kameido della serie
«Cento famose vedute di Edo»

Lo stile Art Nouveau si diffonde praticamente in tutta Europa, dall’Inghilterra alla Russia e persino negli Stati Uniti, esprimendo le aspirazioni della società borghese della Belle Époque, caratterizzata da benessere e fiducia nel progresso, ma al tempo stesso manifestando l’atmosfera decadente e inquieta dell’Europa di fine secolo.

Il fallimento dell’Art Nouveau

Allo scoppio della I Guerra Mondiale si considera conclusa la stagione dell’Art Nouveau, anche se nei diversi paesi essa si esaurisce con modi e tempi diversi.
L’idea di diffondere la Bellezza a tutti senza distinzioni sociali si era rivelata utopica (irrealizzabile), data la difficoltà di esecuzione dei prodotti più qualificati.
Al vasto pubblico era stata riservata una produzione ripetitiva e involgarita che avrebbe generato il rifiuto delle forme del Liberty per lungo tempo.

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*arti minori, o arti applicate, sono dette l'oreficeria, l'ebanisteria, la tessitura ecc., ovvero tutte le attività artigianali.



GUSTAVE KLIMT

Gustave Klimt, Albero della vita (fregio per Palazzo Stoclet) 1905/09

Gustave Klimt fu il grande interprete della Secessione viennese, il movimento artistico fondato nel 1897 che voleva abbandonare la pittura ufficiale, legata al passato, per creare un’arte nuova.

Giuditta I, 1903
Fu un artista molto colto, capace di utilizzare, nelle sue opere, motivi decorativi di epoche e culture diverse: dalla pittura vascolare greca alle stampe giapponesi, dai reperti egizi alla scultura africana.

Inoltre, Klimt sperimentò varie tecniche, tra le quali il mosaico. Nel 1903, decise di visitare Ravenna, dove potè ammirare i meravigliosi mosaici bizantini dai quali prese ispirazione. Spesso, infatti, le figure di Klimt sono simboliche e caratterizzate dall’uso del colore oro.

Fondamentali, nella sua opera sono le figure femminili, poiché per l’artista viennese esse sono il simbolo di un universo misterioso, di una forza segreta e di un’energia primordiale.
Nessuno più di Klimt ha saputo rendere in pittura l’eleganza delle donne viennesi di inizio secolo.

La figura femminile ben si adatta alle forme sinuose dell’Art Nouveau, infatti è una delle più usate, sia nelle arti decorative sia in pittura e scultura.


Essa si carica di significati simbolici, spesso negativi: è la “donna fatale”, perversa e tentatrice, che può portare alla perdizione e alla morte.


VITA E OPERE

Gustav Klimt nacque il 14 luglio 1862 a Vienna: il padre Ernst Klimt, nativo della Boemia, era un orafo, mentre la madre, Anna, era una donna colta ed esperta di musica lirica.

Nella famiglia Klimt l'arte era molto importante: due fratelli minori di Gustav, Ernst e Georg, furono anch'essi pittori.
Nel 1876, il quattordicenne Gustav venne ammesso a frequentare la scuola d'arte e mestieri, dove studiò arte applicata, imparando a padroneggiare diverse tecniche artistiche, nel rispetto dei canoni accademici e della storia dell'arte del passato.

In poco tempo, grazie alla sua bravura, ottenne molte commissioni per ritratti e decorazioni di palazzi che gli garantirono successo e tranquillità economica.
Nel 1888 Klimt ricevette un riconoscimento ufficiale dall'imperatore Francesco Giuseppe, e le università di Monaco e Vienna lo nominarono membro onorario.

Ma nel 1892, a pochi mesi dalla morte del padre, anche il fratello Ernst, che lavorava con lui, morì improvvisamente: a questi lutti, che lasciarono un segno profondo anche nella sua produzione artistica, seguirono ben sei anni d'inattività.

Nello stesso periodo avvenne l'incontro con Emilie Flöge che, pur essendo a conoscenza delle relazioni che il pittore intratteneva con altre donne, gli sarà compagna fino alla morte.


Il Secessionismo viennese

Sempre più in contrasto con i rigidi canoni accademici, nel 1897 Klimt fondò insieme ad altri artisti la Wiener Sezession (secessione viennese), attuando anche il progetto di un periodico-manifesto del gruppo, Ver Sacrum (Primavera sacra), che verrà pubblicato fino al 1903.
Athena, 1898


Gli artisti della Secessione aspiravano, oltre a portare l'arte al di fuori dei confini della tradizione accademica, anche a una rinascita delle arti e dei mestieri.
Il simbolo del Secessionismo era Pallade Atena, dea greca della saggezza, che Klimt raffigurerà nel 1898 in uno dei suoi capolavori.
Nel 1894 l'università di Vienna commissionò all'artista la decorazione del soffitto dell'aula magna sul tema del trionfo della Luce sulle Tenebre, da sviluppare su tre facoltà: Filosofia, Medicina e Giurisprudenza.

I lavori furono rimandati per anni e, quando i pannelli vennero presentati, vennero rifiutati e aspramente criticati dai committenti, che avevano immaginato una sobria (moderata, semplice) rappresentazione del progresso della cultura; in realtà, Klimt aveva affrontato tematiche tabù (proibite) come la malattia, la vecchiaia e la povertà, in tutto il loro orrore.

Il periodo aureo

Nel 1903 Klimt si recò due volte a Ravenna, dove conobbe lo sfarzo dei mosaici bizantini: l'oro musivo (dei mosaici), gli suggerì un nuovo modo di trasfigurare la realtà.

Fu così che nacquero alcuni dei capolavori klimtiani più celebri: Giuditta I (1901), il Ritratto di Adele Bloch-Bauer I (1907) e Il bacio (1907-08) sono tutte opere dove Klimt si presenta convertito all'oro di Bisanzio.


LINK: trailer del film "Woman in gold", 2015

È l’uso dell'oro che contraddistingue le tele del cosiddetto «periodo aureo» o «dorato» di Klimt.

Altre caratteristiche delle opere del periodo aureo sono la spiccata bidimensionalità, che dà maggiore risalto alle  linee, l'impiego di simboli (come l’occhio di Horo, di derivazione egizia, presente sull’abito di Adele) e la prevalenza di figure femminili, ricolme di un armonioso erotismo.

Al periodo aureo appartengono numerose opere dell'artista viennese:  degne di nota sono Le Tre Età della Donna (1905), la Danae (1907-1908) e L'Albero della Vita (1905-1909).
Il periodo aureo si chiuse nel 1909 con l'esecuzione di Giuditta II, seconda raffigurazione dell'eroina ebrea che liberò la propria città dalla dominazione assira.
L'opera, caratterizzata da cromie (colorazioni) più scure e forti, darà infatti avvio al cosiddetto «periodo maturo» dell'artista.

Il periodo maturo e la morte

Dopo la stesura di Giuditta II, nel 1909, Klimt ebbe un periodo di crisi esistenziale e artistica.
Il mito della Belle Époque era ormai giunto al tramonto, così come i fasti dell'Impero austro-ungarico, che collasserà definitivamente con lo scoppio della prima guerra mondiale.

Klimt iniziò a mettere in discussione la propria arte, soprattutto quando venne a contatto con la produzione di artisti come Van Gogh, Matisse, Toulouse-Lautrec.

Dal punto di vista stilistico, il «periodo maturo»  è caratterizzato dall’influenza di questi artisti e dall'abbandono del fulgore dell'oro e delle eleganti linee art nouveau.
Determinante fu anche l'incontro con la pittura espressionista, che a Vienna trovò due grandi interpreti: Egon Schiele e Oskar Kokoschka, già suoi allievi.
Notevole fu anche l’influsso esercitato dall'Impressionismo, che emerge nei diversi paesaggi che Klimt dipinse in questo periodo, che ricordano molto lo stile di Claude Monet.

Ritratto di signora, 1916/17


Lo scopo di Klimt in questo periodo era quello di ricercare una modalità espressiva più spontanea: per questo scelse di adottare una tavolozza più colorata, rinunciando all'uso dell'oro e minimizzando le linee.
Nonostante i profondi mutamenti di questi anni, l'artista viennese fu espositore alla Biennale di Venezia nel 1910, vincendo pure nel 1911 il primo premio dell'Esposizione Internazionale di Arte di Roma con Le Tre Età della Donna.

L'attività di Klimt si interruppe l'11 gennaio 1918 quando, di ritorno da un viaggio in Romania, fu colto da un ictus che lo condusse alla morte il 6 febbraio dello stesso anno.

venerdì 21 ottobre 2016

Arte egizia: "Caccia in palude" (dalla tomba di Nebamon)

Un video per introdurre il primo argomento di storia dell'arte nelle classi prime, con un'opera d'arte eccezionale.
Nulla si conosce riguardo gli artisti dell'antico Egitto, solamente i nomi dei ricchi committenti ci sono stati tramandati.
Questo video è un mio piccolo omaggio ad una meravigliosa opera d'arte e al suo sconosciuto autore.


giovedì 14 aprile 2016

La didattica dell'arte in età infantile: un'esperienza

Scuola d'arte - corso per bambini
Chiampo 1997

Qualche giorno fa ho "riesumato" una cartellina polverosa, dove avevo conservato parte del materiale di un corso di disegno e manualità per bambini che avevo tenuto nel 1997, in collaborazione con il Comune e la Biblioteca del mio paese.

Riguardando le opere dei miei allievi, tutti tra i 6 e i 9 anni, sono rimasta sbalordita dalla qualità degli elaborati. Avevo anche curato una piccola esposizione di fine corso, con delle didascalie esplicative sul lavoro svolto. 

Non avevo nemmeno il computer a quel tempo, i cartelli li avevo scritti a mano.

In questi giorni sto lavorando al "curricolo verticale", che per i profani sarebbe il nuovo metodo di scrivere i programmi scolastici secondo le Indicazioni Nazionali.


Scuola d'arte - corso per bambini - Chiampo 1997
esposizione dei lavori


Scuola d'arte - corso per bambini
Chiampo 1997
La differenza fondamentale tra questo nuovo metodo e il vecchio è che l'accento viene messo sulla "continuità" che dovrebbe esserci tra un ordine di scuola e l'altro. In pratica, le abilità e le competenze di ogni materia, dovrebbero essere insegnate con gradualità, a partire dalla Scuola dell'Infanzia, proseguendo durante i cinque anni della Scuola Primaria, per poi portare a termine un percorso coerente alla fine della Secondaria di Primo Grado (le vecchie Scuole Medie, per intenderci).

Per questo motivo ho recuperato il materiale dalla vecchia cartellina, per riportare qui i testi delle didascalie che avevo scritto allora.
La didattica dell'arte in età infantile ha infatti delle peculiarità; si deve tenere presente che ad ogni età si guarda e si interpreta il mondo in modo diverso. Spero che questi brevi testi, corredati da immagini realizzate dai miei piccoli allievi di allora, possa essere di stimolo ad insegnanti e genitori.


I DISEGNI DEI BAMBINI

"Ritratto" - Simone (6 anni) Scuola d'arte - Chiampo 1997


Il bambino ha caratteristiche psicologiche tipiche della sua età e non deve essere considerato un adulto incompleto. Ogni bambino ha inoltre delle esigenze peculiari, date dalla singolarità del proprio carattere, che si manifestano in modo diretto e genuino e che, unite alle caratteristiche proprie dell’età, gli fanno vedere il mondo in una prospettiva diversa da quella della maggior parte degli adulti.
Per questo motivo, i disegni dei bambini devono essere “letti” con una chiave diversa dalle immagini elaborate dagli adulti.

È inutile, se non dannoso, imporre ai bambini un’educazione al realismo, ovvero obbligarli a imparare a rappresentare la realtà così come la vede un ipotetico adulto medio, con colori e forme che obbediscano a regole tradizionali; tale obbligo non fa che bloccare la fantasia e la creatività del bambino.

LO SPAZIO
Esercizio di completamento - Giulia, 9 anni -
Scuola d'arte - Chiampo 1997

L’appropriazione e l’organizzazione dello spazio da parte del bambino è una delle finalità principali dell’insegnamento dell’educazione all'immagine. Manipolando il materiale pittorico, infatti, il bambino si avvicina gradatamente alla conoscenza dei concetti di distanza, misura, ripartizione regolare dello spazio, rapporto figura/ sfondo, proporzioni.
Inoltre, dato che esiste una relazione piuttosto stretta tra controllo visivo e impulso motorio, il bambino, tramite il disegno, assume la coscienza del proprio corpo, delle proprie capacità e dei propri limiti, e impara quindi a conoscere meglio se stesso.

IL COLORE

"Albero" - Beatrice (9 anni)- Scuola d'arte - Chiampo 1997

In arte, l’uso del colore è strettamente legato all'emotività. Nei disegni dei bambini, questa caratteristica emerge con maggior forza: infatti i bambini scelgono il colore secondo criteri psicologici ed emotivi e non si preoccupano del fatto che esso corrisponda o meno alla realtà. Crescendo, il bambino comincia gradatamente a cogliere le relazioni tra colori e oggetti, fino a raggiungere, verso gli 11-12 anni, una fase “realistica”, in cui scopre il variare dei colori rispetto alla luce.
È bene non forzare il raggiungimento di questa meta, ricordando anche che in arte la validità della scelta cromatica si basa sulle implicazioni psicologiche del colore piuttosto che sull'effetto realistico.

"Il pittore" - Francesco (6 anni) Scuola d'arte - Chiampo 1997

IL RACCONTO


La creatività e la voglia di esprimersi del bambino devono essere continuamente stimolate da parte dell’insegnante.
Un valido mezzo per stimolare l’immaginazione è il racconto: una fiaba, una poesia, o anche semplicemente una spiegazione fatta in modo coinvolgente e interessante, possono ottenere l’effetto di indurre i bambini a nuove associazioni mentali.

Illustrazione della fiaba "Maria di legno" (Valentina, 9 anni)
Scuola d'arte - Chiampo 1997



mercoledì 17 febbraio 2016

Laboratori a scuola: la pittura a tempera

laboratorio gennaio 2016
La tempera è forse la più antica tecnica pittorica: la usavano già gli uomini preistorici, che mescolavano terre di vario colore con sostanze vegetali e animali per realizzare l’impasto che poi stendevano sulle rocce.
Nel Medioevo, fino al Quattrocento, si usavano colori composti di polveri chiamate pigmenti che venivano legate con tuorlo d’uovo, latte, lattice di fico. Il colore così ottenuto veniva steso a pennellate finissime su tavole di legno preparate con un sottile strato di gesso.

Oggi i colori a tempera sono confezionati in tubetti, si diluiscono con acqua e si possono mescolare tra loro dando origine ad una varietà illimitata di tinte. I supporti su cui dipingere possono essere tantissimi: il cartone, il cartoncino e la carta in genere, il compensato, la tela, ecc.
Si lavano facilmente dai tessuti (con buona pace di chi, a casa, si occupa del bucato…) e i tempi di asciugatura sono molto rapidi: tutte queste caratteristiche ne fanno il mezzo ideale per un laboratorio di pittura per ragazzi.

La pittura è un mezzo molto efficace per imparare a coordinare tra loro pensiero, azione ed emozione, tre aree tra le quali non dovrebbero esistere distinzioni nette: la dimensione creativa, infatti, è posseduta da tutti gli individui, è educabile e la si perfeziona attraverso una precisa attività didattica.
Il linguaggio pittorico è allo stesso tempo espressione e regola, possibilità di sbrigliare la fantasia e l’immaginazione e metodo per imparare ad organizzare e gestire il tempo a propria disposizione, a prendersi cura del proprio materiale.

laboratorio di pittura gennaio 2016
Obiettivo di un laboratorio di pittura è quindi di fornire ai ragazzi quelle competenze espressive, sia teoriche che pratiche, che consentiranno loro di prendere coscienza delle proprie attitudini e capacità di comunicare utilizzando i linguaggi visivi e artistici.

classi prime - composizioni modulari, pittura a tempera
 Il primo elaborato a tempera che faccio realizzare ai miei alunni riguarda la composizione modulare geometrica. In questo esercizio, i contorni da riempire sono regolari e non troppo piccoli (anche se qualcuno, più temerario, si lancia da subito a disegnare figure più complesse e impegnative).

Durante il secondo anno si affrontano le tematiche riguardanti il colore, e la pittura a tempera dà modo ai ragazzi di sperimentare le mescolanze tra colori primari per ottenere i secondari e i terziari, nonché di scoprire la differenza tra colori caldi e freddi e di imparare ad ottenere diverse tonalità aggiungendo bianco o nero al colore puro.

Durante la classe terza, infine, si arriva a studiare le opere di un pittore come Vincent Van Gogh provando a copiare i suoi quadri. Un modo per “entrare” nell’opera e comprendere un artista in modo molto più diretto rispetto allo studio della sua biografia.


copia da Van Gogh, classi terze, a.s. 2015/16

copia da Van Gogh, classi terze, a.s. 2015/16

copia da Van Gogh, classi terze, a.s. 2015/16


copia da Van Gogh, classi terze, a.s. 2015/16


copia da Van Gogh, classi terze, a.s. 2015/16

martedì 9 febbraio 2016

Arte greca, video introduttivo

Ci ho messo 4 giorni di lavoro per realizzarlo... e so che avrei dovuto limarlo ancora.
Ha millemila difetti, ma non importa, come opera prima sono già contenta così.
Spero di avere presto il tempo di farne degli altri!


venerdì 20 novembre 2015

Vincent Van Gogh


(Riassunto da Wikipedia, l'enciclopedia libera.)

Vincent Willem van Gogh (Zundert, 30 marzo 1853 – Auvers-sur-Oise, 29 luglio 1890) è stato un pittore olandese.


Autoritratto, 1889, Musée d'Orsay, Parigi

Tanto geniale quanto incompreso in vita, van Gogh influenzò profondamente l'arte del XX secolo. Dopo aver trascorso molti anni soffrendo di frequenti disturbi mentali, morì all'età di 37 anni per una ferita da arma da fuoco, molto probabilmente auto-inflitta.
In quell'epoca i suoi lavori non erano molto conosciuti né tantomeno apprezzati.

Van Gogh iniziò a disegnare da bambino, nonostante le continue pressioni del padre, pastore protestante che continuò ad impartirgli delle norme severe. 
Iniziò a dipingere tardi, all'età di ventisette anni, realizzando molte delle sue opere più note nel corso degli ultimi due anni di vita. I suoi soggetti consistevano in autoritratti, paesaggi, nature morte di fiori, dipinti con cipressi, rappresentazione di campi di grano e girasoli. 
Van Gogh in età adulta lavorò per una ditta di mercanti d'arte, viaggiò tra L'Aia, Londra e Parigi. Per breve tempo si dedicò anche all'insegnamento; una delle sue aspirazioni iniziali fu quella di diventare un pastore e dal 1879 lavorò come missionario in una regione mineraria del Belgio, dove ritrasse persone della comunità locale. 
Nel 1885, dipinse la sua prima grande opera: I mangiatori di patate. La sua tavolozza, al momento costituita principalmente da cupi toni della terra, non mostra ancora alcun segno della colorazione viva che contraddistinguerà le sue successive opere. Nel marzo del 1886, si trasferì a Parigi dove scoprì gli impressionisti francesi. 
Più tardi, spostatosi nella Francia del sud, i suoi lavori furono influenzati dalla forte luce del sole che vi trovò.

Le lettere
La più completa fonte primaria per la comprensione di van Gogh come artista è la raccolta di lettere tra lui e suo fratello minore, il mercante d'arte Théo van Gogh. Théo fornì a Vincent sostegno finanziario e emotivo per gran parte della sua vita. La maggior parte di ciò che ci è noto sul pensiero di van Gogh e sulle sue teorie d'arte, è scritto nelle centinaia di lettere che i due fratelli si scambiarono.

Biografia

Gli studi interrotti (1868)
Nel 1868, a causa dello scarso rendimento nonché di problemi economici del padre, Vincent abbandonò gli studi; lo zio paterno lo raccomandò alla casa d'arte Goupil & Co. L'attività della casa Goupil consisteva nella vendita di riproduzioni d'opere d'arte. 
Il giovane Vincent sembrò molto interessato al suo lavoro, che lo obbligava a un approfondimento delle tematiche artistiche, lo stimolava a leggere e a frequentare musei e collezioni d'arte. 
Nel 1873 fu trasferito nella filiale Goupil di Londra. 
Nella pensione in cui alloggiava, si dichiarò un giorno a una figlia della proprietaria che, già fidanzata, lo respinse. Caduto in una crisi depressiva, chiese e ottenne di essere trasferito a L'Aia. Da questo momento iniziò a trascurare il lavoro: i suoi interessi cominciarono a indirizzarsi verso le tematiche religiose e la predicazione.
I dirigenti della Goupil erano sempre più scontenti di lui e Vincent, capendo di non poter continuare la sua collaborazione in quell'attività si dimise nel 1876.

La missione sociale e religiosa (1876-1880)
Tornato in famiglia, fu dissuaso dai genitori, spaventati dalle sue precarie condizioni psicofisiche, dal ripartire per l'Inghilterra.
Autorizzato, nel gennaio del 1879, a predicare temporaneamente dalla Scuola di Evangelizzazione di Bruxelles, si trasferì nel centro minerario di Wasmes, vivendo in una baracca: qui, povero tra i poveri, si prese cura dei malati e predicò la Bibbia ai minatori. 

Il suo zelo e la sua partecipazione emotiva all'estrema povertà dei minatori apparvero eccessivi alla Scuola, che decise di non rinnovargli l'incarico.
Vincent continuò a svolgere quella che considerava una missione, arrivando interrompere per qualche tempo la corrispondenza con il fratello Théo, che disapprovava apertamente le sue azioni e cercava di distoglierlo da un'attività che sembrava aggravare il suo delicato equilibrio psichico.
Nel luglio del 1880 riprese la corrispondenza con Theo, che gli mandò del denaro e lo incoraggiò a indirizzare le sue generose pulsioni sociali e religiose verso l'espressione artistica. Vincent accolse il suggerimento e nell'ottobre si stabilì a Bruxelles dove, capendo di dover frequentare una scuola di tecnica pittorica, si iscrisse all'Accademia di Belle Arti. Studiò prospettiva e anatomia, impegnandosi in disegni che ritraevano soprattutto umili lavoratori della terra e delle miniere. 

A Nuenen (1883-1885)
Nel gennaio del 1882 Vincent conobbe Sien, una prostituta trentenne, alcolizzata e butterata dal vaiolo, madre di una bambina e in attesa di un altro figlio, che gli fece da modella. Dopo il parto vissero insieme ed egli pensò anche di sposarla, sperando di sottrarla alla sua triste condizione. 
Decise di lasciare Sien dopo un anno anche per la pressione della famiglia che, appresa la volontà di Vincent di voler sposare una prostituta, tentò addirittura di farlo internare. 

Alla fine del 1883 tornò a vivere con i genitori che si erano trasferiti a Nuenen. Il padre era intenzionato ad aiutare Vincent, ponendo fine alla sua vita errabonda, ma nemmeno in quel luogo Vincent riuscì a trovare un po’ di tranquillità; il 26 marzo 1885 il padre morì improvvisamente d'infarto dopo un violento alterco con lui.


I mangiatori di patate, olio su tela, 82x114 cm, 1885, Van Gogh Museum, Amsterdam


Nell'aprile del 1885 dipinse le due versioni de I mangiatori di patate, dei quali scrisse a Théo:
«Ho voluto, lavorando, far capire che questa povera gente, che alla luce di una lampada mangia patate servendosi dal piatto con le mani, ha zappato essa stessa la terra dove quelle patate sono cresciute; il quadro, dunque, evoca il lavoro manuale e lascia intendere che quei contadini hanno onestamente meritato di mangiare ciò che mangiano. Ho voluto che facesse pensare a un modo di vivere completamente diverso dal nostro, di noi esseri civili. Non vorrei assolutamente che tutti si limitassero a trovarlo bello o pregevole»

Vincent difese apertamente la sua opera, nonostante fosse consapevole dei suoi difetti:


«Non mi lascerò incantare facilmente, come si crede, nonostante tutti i miei errori. So perfettamente quale scopo perseguo; e sono fermamente convinto di essere, nonostante tutto, sulla buona strada, quando voglio dipingere ciò che sento e sento ciò che dipingo, per preoccuparmi di quello che gli altri dicono di me. Tuttavia, a volte questo mi avvelena la vita, e credo che molto probabilmente più d'uno rimpiangerà un giorno quello che ha detto di me e di avermi ricoperto di ostilità e di indifferenza. Io paro i colpi isolandomi, al punto che non vedo letteralmente più nessuno»

Anversa e Parigi (1886-1887)
In seguito, comprendendo di non poter rimanere in un paesino come Nuenen, nel novembre del 1885 si trasferì ad Anversa, frequentando assiduamente le chiese e i musei della città dove scoprì le stampe giapponesi.
Van Gogh acquistò le sue prime stampe ad Anversa e trasmise il suo interesse per quell'arte lontana al fratello Theo. Insieme raccolsero più di 400 opere che ora si trovano al Museo Van Gogh di Amsterdam.
Nel 1886 si trasferì a Parigi per migliorare la sua tecnica e vi conobbe pittori che in seguito sarebbero diventati importanti, tra i quali Toulouse-Lautrec.
La capitale francese era il centro della cultura mondiale: 


«non c'è che Parigi: per quanto difficile possa essere qui la vita, e anche se divenisse peggiore e più dura, l'aria francese libera il cervello e fa bene, un mondo di bene». 
Il fratello vi si era trasferito da sette anni per dirigere, a Montmartre, una piccola galleria d'arte. Theo lo ospitò nella sua casa, presentandogli i maggiori pittori impressionisti. Inizialmente non era interessato alla loro pittura:


«Quando si vedono per la prima volta si rimane delusi: le loro opere sono brutte, disordinate, mal dipinte e mal disegnate, sono povere di colore e addirittura spregevoli. Questa è la mia prima impressione quando sono venuto a Parigi»
D'altronde sapeva che l'abilità tecnica non doveva essere il fine dell'arte, ma solo il mezzo per esprimere il proprio sentire: 
«quando non posso farlo in modo soddisfacente, mi sforzo di correggermi. Ma se il mio linguaggio non piace, ciò mi lascia completamente indifferente».
Un'osservazione più puntuale delle opere degli impressionisti gli fece comprendere l'originalità e i valori racchiusi in quella nuova forma d’arte. Non aderì mai a questa scuola, perché intendeva sempre esprimere solo ciò che aveva «dentro la mente e il cuore», tuttavia grazie all'influsso della pittura impressionista tralasciò i temi sociali per i paesaggi e le nature morte e abbandonò i toni scuri e terrosi della sua pittura precedente. Sperimentò anche l'accostamento dei colori complementari e si cimentò con la tecnica puntinista inventata da Seurat.


Agostina Segatori (L'Italiana), olio su tela, 1887, Amsterdam


Fu in questo periodo che conobbe Gauguin, frequentando un locale gestito dall'ex-modella di Degas, l'italiana Agostina Segatori, con la quale, per qualche mese, ebbe una relazione.
I rapporti con Théo non furono sempre idilliaci, perché l'amore fraterno spesso veniva sopraffatto dai loro disturbi psichiatrici. Il carattere generoso ma imprevedibile e collerico di Vincent non gli rendeva agevole mantenere rapporti durevoli di amicizia. Lui stesso si rendeva conto di non riuscire a manifestare le proprie opinioni senza scatti violenti.
Il desiderio di conoscere il Mezzogiorno francese, «dove c'è più colore, più sole», con la sua luce e i suoi colori mediterranei così lontani dal cromatismo nordico, fu una buona occasione per porre fine a una convivenza divenuta difficile.

Arles (1888)

La casa gialla, olio su tela, 76x94 cm, 1888, Van Gogh Museum, Amsterdam

Trasferitosi ad Arles il 20 febbraio 1888, abitò prima in albergo e poi, in maggio, affittò un appartamento di quattro stanze di una casa dalle mura gialle che si affacciava su piazza Lamartine, ritratta in un quadro famoso.
Produsse una tela dopo l'altra, come se temesse che la sua ispirazione, esaltata dalle novità del mondo provenzale, potesse abbandonarlo. Si sentiva trascinato dall'emozione, che van Gogh identificava con la sincerità dei suoi sentimenti verso la natura. Le emozioni che provava di fronte alla natura provenzale erano così forti da costringerlo a lavorare senza sosta.

Del modello naturale confessava di non poter fare a meno. Non si sentiva in grado di inventare un soggetto, ma non aveva problemi a combinare diversamente i colori, accentuandone alcuni e semplificandone altri. 
Scrisse:


«Non seguo alcun sistema di pennellatura: picchio sulla tela a colpi irregolari che lascio tali e quali. Impasti, pezzi di tela lasciati qua e là, angoli totalmente incompiuti, ripensamenti, brutalità: insomma, il risultato è, sono portato a crederlo, piuttosto inquietante e irritante, per non fare la felicità delle persone con idee preconcette in fatto di tecnica [...] gli spazi, limitati da contorni espressi o no, ma in ogni caso sentiti, li riempio di toni ugualmente semplificati, nel senso che tutto ciò che sarà suolo parteciperà di un unico tono violaceo, tutto il cielo avrà una tonalità azzurra, le verzure saranno o dei verdi blu o dei verdi gialli, esagerando di proposito, in questo caso, le qualità gialle o blu »

Sperimentava tecniche diverse, risaltando le forme, circondandole di contorni scuri e pennellando lo sfondo a strati, ondulando i contorni per accentuare la struttura delle forme, punteggiando con brevi pennellate o spremendo il colore dal tubetto direttamente sulla tela. Altre volte si convinceva 
«di non disegnare più il quadro con il carboncino. Non serve a niente; se si vuole un buon disegno, si deve eseguire direttamente con il colore».
Andando incontro a un desiderio di Vincent, nell'estate del 1888 il fratello Théo contattò Gauguin, offrendosi di pagargli il soggiorno ad Arles e garantendogli l'acquisto di dodici suoi quadri all'anno per la cifra di 150 franchi. Gauguin, dopo qualche esitazione, accettò, pensando di mettere da parte quanto gli era necessario per realizzare il suo desiderio di trasferirsi, di lì a un anno, in Martinica.

Il dramma di Arles


La camera di Vincent ad Arles, olio su tela, 72x90cm, 1888, Van Gogh Museum, Amsterdam

Nell'attesa dell'arrivo di Gauguin, van Gogh si preoccupò di arredare con qualche altro mobile l'appartamento e ornò con propri quadri la camera da letto. Gli scrisse:


«Ho fatto, sempre come decorazione, un quadro della mia camera da letto, con i mobili in legno bianco, come sapete. Ebbene, mi ha molto divertito fare questo interno senza niente, di una semplicità alla Seurat; a tinte piatte, ma date grossolanamente senza sciogliere il colore; i muri lilla pallido; il pavimento di un rosso qua e là rotto e sfumato; le sedie e il letto giallo cromo; i guanciali e le lenzuola verde limone molto pallido; la coperta rosso sangue, il tavolo da toilette arancione; la catinella blu; la finestra verde.»

Gauguin giunse ad Arles il 29 ottobre 1888 e, al contrario di van Gogh, ne rimase deluso, definendola «il luogo più sporco del Mezzogiorno» e della Provenza. Il sogno di van Gogh di fondare un'associazione di pittori che perseguissero un'arte nuova lo lasciava scettico. In realtà Gauguin desiderava ardentemente trasferirsi ai tropici non appena ne avesse avuta la possibilità. Come se non bastasse era irritato dalle abitudini disordinate di Vincent, dalla sua scarsa oculatezza nell'amministrare il denaro che avevano messo in comune.
Van Gogh invece manifestava un'aperta ammirazione per Gauguin, che considerava un artista superiore. Riteneva che le proprie teorie artistiche fossero banali se confrontate con le sue. 


Paul Gauguin, Van Gogh che dipinge girasoli, 1888

Nei primi giorni del dicembre 1888 Gauguin ritrasse van Gogh, rappresentandolo nell'atto del dipingere girasoli. Vincent commentò: «Sono certamente io, ma io divenuto pazzo». Nelle sue memorie Gauguin scrive che quella sera stessa, al caffè, i due pittori bevvero molto e improvvisamente Vincent scagliò il suo bicchiere contro il viso di Gauguin che riuscì a evitarlo, con gran spavento. Dopo quell'episodio seguirono giorni di tensione. Fu così che Gauguin prese la decisione di partire da Arles.

L'episodio più grave accadde il pomeriggio del 23 dicembre: van Gogh - la ricostruzione del fatto è tuttavia controversa - avrebbe rincorso per strada Gauguin con un rasoio, rinunciando ad aggredirlo quando Gauguin si voltò per affrontarlo. Gauguin corse in albergo preparandosi a lasciare Arles, van Gogh invece, in preda ad allucinazioni, si tagliò metà dell'orecchio sinistro. La mattina seguente la polizia lo fece ricoverare in ospedale, da cui uscì il 7 gennaio 1889. 
In questo periodo van Gogh dipinse se stesso con l'orecchio bendato.
Autoritratto con orecchio bendato, 60x49 cm, 1889, Courtauld Institute Galleries, Londra

Alternava periodi di serenità, nei quali era in grado di valutare lucidamente e ironicamente tutto quello che gli era successo, a momenti di ricadute nella malattia: il 9 febbraio, dopo una crisi nella quale si era convinto che qualcuno volesse avvelenarlo, fu nuovamente ricoverato in ospedale. Dopo essere stato dimesso per pochi giorni, nel mese di marzo fu ricoverato nuovamente in seguito a una petizione firmata da ottanta cittadini di Arles.
Vincent scrisse al fratello, esprimendo la volontà di essere internato in una casa di cura:
«Se l'alcool è stato certamente una delle più grandi cause della mia follia, allora è venuta molto lentamente e se ne andrà molto lentamente, se se ne andrà [...] Infine, bisogna prendere una posizione di fronte alle malattie del nostro tempo [...] io non avrei precisamente scelto la follia, se c'era da scegliere, ma una volta che le cose stanno così, non vi si può sfuggire. Tuttavia esisterà forse ancora la possibilità di lavorare con la pittura. »
L'8 maggio 1889 Van Gogh entrò volontariamente nell’ospedale psichiatrico di Saint-Rémy-de-Provence, a una ventina di chilometri da Arles.

A Saint-Rémy-de-Provence (1889)
La diagnosi del direttore della clinica, il dottor Peyron, fu di epilessia. Oggi si ritiene che van Gogh soffrisse di psicosi epilettica: egli subiva attacchi di panico e allucinazioni ai quali reagiva con atti di violenza e tentativi di suicidio, seguiti da uno stato di torpore. Nei lunghi intervalli della malattia era in grado di comportarsi in modo del tutto normale.

Nella clinica di Saint-Rémy non veniva praticata alcuna cura. Aveva a disposizione per lavorare un'altra camera vuota, poteva anche andare a dipingere fuori dal manicomio, accompagnato da un sorvegliante, e si manteneva in contatto epistolare con il fratello che gli spediva libri e giornali.
A giugno cominciò a dipingere cipressi: 
«il cipresso è bello come legno e come proporzioni, è come un obelisco egiziano. E il verde è di una qualità così particolare. È una macchia nera in un paesaggio assolato, ma è una delle note più interessanti, la più difficile a essere dipinta che io conosca» 
e spedì al fratello un gruppo di tele, che gli vennero lodate.


Notte stellata, olio su tela, 73x92 cm, 1889, Museum of Modern Art, New York

Nel 1890 Van Gogh partecipò a delle mostre, e un critico d’arte pubblicò un articolo lusinghiero su di lui. Tuttavia le sue condizioni di salute continuavano a peggiorare: in clinica ebbe una grave e lunghissima crisi, dalla quale sembrò non riuscire a riprendersi, tanto che fu lasciato a sé stesso, libero di fare quel che voleva finché, ingeriti i colori, gli fu impedito di dipingere. Solo alla fine di aprile riuscì a migliorare e manifestò allora il suo desiderio di lasciare la clinica, vista la mancanza di benefici per la sua salute. 

Nel maggio 1890 Vincent lasciò definitivamente Saint-Rémy per recarsi a Auvers-sur-Oise, un villaggio a 30 chilometri da Parigi dove risiedeva un medico amico di Théo, il dottor Gachet, che si sarebbe preso cura di lui.


Ritratto del dottor Gachet, olio su tela, 68×57 cm, 1890, Collezione privata

La morte ad Auvers-sur-Oise (1890)

Ma già in giugno, Van Gogh cominciò a temere una nuova crisi, e questa eventualità lo rese particolarmente nervoso. Le sue ultime tele sono paesaggi oppressi da cieli cupi e percorsi da neri voli di corvi.
«Mi sono rimesso al lavoro, anche se il pennello mi casca quasi di mano e, sapendo perfettamente ciò che volevo, ho ancora dipinto tre grandi tele. Sono immense distese di grano sotto cieli tormentati, e non ho avuto difficoltà per cercare di esprimere la mia tristezza, l'estrema solitudine.»
Campo di grano con volo di corvi, olio su tela, 50,3x103 cm, 1890, van Gogh Museum, Amsterdam

La sera del 27 luglio 1890, una domenica, dopo essere uscito per dipingere i suoi quadri come al solito nelle campagne che circondavano il paese, rientrò sofferente nella locanda e si rifugiò subito nella sua camera: il padrone di casa, non vedendolo a pranzo, salì in camera sua, trovandolo disteso e sanguinante sul letto: a lui van Gogh confessò di essersi sparato un colpo di rivoltella al petto in un campo vicino.
Rifiutò di dare spiegazioni del suo gesto ai gendarmi e, con il fratello Théo che, avvertito, era accorso la mattina dopo, trascorse tutto il 28 luglio, fumando la pipa e chiacchierando seduto sul letto: gli confidò ancora che la sua «tristezza non avrà mai fine».
Morì quella notte stessa, verso l'1:30 del 29 luglio.

L'arte e le opere di Van Gogh


Autoritratto, 1889, National Gallery of Art

Autoritratti



Van Gogh, durante la sua vita, dipinse molti autoritratti: tra il 1886 e il 1889 rappresentò se stesso ben 37 volte. In tutte queste opere, lo sguardo del pittore è raramente diretto verso l'osservatore. Anche quando lo sguardo è fisso, sembra guardare altrove. 








Strada con cipresso e stella, 1890
Cipressi

Una delle serie più popolari e note dei dipinti di van Gogh sono i suoi cipressi. Queste opere sono caratterizzate da pennellate molto dense, la stessa tecnica che utilizzò per uno dei suoi più noti dipinti: la Notte stellata. Questi capolavori sono diventati sinonimo dell'arte di van Gogh attraverso la loro unicità stilistica.







Fiori

Van Gogh dipinse diverse versioni di paesaggi con fiori, come si vede in Paesaggio di Arles con Iris, e dipinti che raffigurano esclusivamente fiori. I principali soggetti rappresentati sono Iris, lillà, rose e i suoi famosi girasoli. 


Iris, 1889, Getty Center, Los Angeles

Queste opere riflettono i suoi interessi nel linguaggio del colore e della tecnica giapponese Ukiyo-e di cui si era appassionato.
L'artista ha completato due serie di dipinti di girasoli: la prima mentre si trovava a Parigi nel 1887 e la seconda, l'anno successivo, durante il suo soggiorno ad Arles. La prima serie mostra i fiori che vivono nel terreno. Nella seconda gli stessi sono raffigurati morenti nei vasi. I fiori di van Gogh sono dipinti con pennellate molto spesse e con pesanti strati di vernice.

Campi di grano e campi di ulivi

I passaggi intorno ad Arles, sono dei soggetti che van Gogh dipinse in molte occasioni. Egli realizzò, infatti, una serie di dipinti raffiguranti raccolti, campi di grano e uliveti.

Oliveto con nuvola bianca, olio su tela, 73x92 cm, 1889, Museum of Modern Art, New York

Successo postumo
Dopo le sue prime mostre avvenute alla fine del 1880, la fama di van Gogh è cresciuta costantemente tra i pittori, critici d'arte, commercianti e collezionisti. Dopo la sua morte, le sue opere ebbero un notevole impatto sulle generazioni successive di artisti.
A partire dalla metà del XX secolo, Van Gogh è stato considerato come uno dei pittori più grandi e riconoscibili della storia.
Insieme a quelle di Pablo Picasso, le opere di van Gogh sono tra dipinti più costosi al mondo, come è stato stimato da case d'aste e vendite private. 

sabato 3 ottobre 2015

Claude Monet


Monet fotografato da Etienne Carjat (1865 circa)
Claude Monet (Parigi, 14 novembre 1840 – Giverny, 5 dicembre 1926) è stato un pittore francese, padre dell'Impressionismo.

Studi giovanili

Claude Monet nacque a Parigi nel 1840 ma ben presto i genitori si trasferirono a Le Havre, città portuale sulla Manica. Il suo talento artistico cominciò a manifestarsi durante l’adolescenza: a 15 anni, già riusciva a vendere caricature disegnate a matita e carboncino.
Dal 1856 Claude studiò disegno e il suo primo maestro, il pittore Eugène Boudin, lo indirizzò alla pittura del paesaggio “en plein air”, cioè all’aria aperta, dal vero, e lo incoraggiò a trasferirsi a Parigi. 
Monet vi si recò nel 1859 ma decise di frequentare una scuola poco costosa, l'Académie Suisse, dove mancavano veri e propri insegnanti. Qui ebbe modo di conoscere pittori importanti come Delacroix, esponente del Romanticismo, Courbet, appartenente alla corrente del Realismo e Pissarro, che fece parte dell’Impressionismo assieme a Monet.

Nel 1860 Monet venne chiamato a prestare il servizio militare, che sarebbe dovuto durare sette anni, a meno che, secondo la legislazione francese del tempo, non si trovasse un sostituto che intendesse svolgerlo al suo posto. Arruolato nel Reggimento dei Cacciatori d'Africa, di stanza ad Algeri, rimase affascinato dalla luce e dai colori di quei luoghi.
Ammalato, nel 1862 tornò in licenza di convalescenza nella sua casa di Le Havre e qui riprese a dipingere.
Intanto i suoi familiari riuscirono a farlo esonerare dal servizio militare trovando un giovane disposto per denaro a svolgerlo al suo posto. Fu così che Claude, consapevole di aver bisogno di migliorare i propri mezzi tecnici, poté tornare a Parigi per studiare in un atelier frequentato anche dai giovani Renoir, Alfred Sisley e Bazille
Nell'estate del 1864 si stabilì a Honfleur, una graziosa cittadina sull’estuario della Senna, dove, con altri pittori, dipinse paesaggi e marine.

Il primo capolavoro incompreso: Donne in giardino, 1866


Donne in giardino, 1866 ca., olio su tela, cm 255x205, Parigi, museo d'Orsay


Al contrario di quanto facevano i pittori dell’epoca, che imparavano a dipingere copiando i grandi capolavori del passato, Monet non amava e non s'interessava ai classici esempi della pittura, tanto da non entrare quasi mai al Louvre: la sua cultura artistica era e rimase limitata, ma egli compensava quell'apparente difetto con il vantaggio di poter guardare alla natura - l'unica fonte della sua ispirazione – in modo istintivo e senza preconcetti.
Nel 1866 Claude Monet iniziò a dipingere dal vero, nel giardino dell'abitazione presa in affitto nella periferia parigina, Donne in giardino, un’opera nella quale egli tentò di realizzare la pittura en plein air in una tela di grande formato (il quadro misura all’incirca 2 metri di larghezza per 2 metri e mezzo di altezza).
La compagna del pittore, Camille, posò in diversi atteggiamenti per le tre figure sulla sinistra, che quindi non si possono considerare dei veri e propri ritratti. Inoltre, per poter dipingere anche la parte alta del quadro senza cambiare il punto di vista, Monet fu costretto a scavare una buca in giardino e sistemarvi la tela, che poteva essere calata o sollevata con carrucole a seconda dell’esigenza.
L’opera, oggi considerata uno dei capolavori giovanili del pittore, venne rifiutata dalla giuria del Salon del 1867, a causa della mancanza di un soggetto preciso, e delle pennellate, ritenute grossolane e approssimative.

Primi esperimenti impressionisti: La Grenouillère

Tra il 1867 e il 1868 Monet cambiò casa diverse volte, oberato dai debiti; venne aiutato da Renoir e dal mercante Gaudibert, che gli comprò delle tele, gli commissionò il ritratto della moglie e gli procurò una casa presso Bougival, sulla Senna, dove andò ad abitare insieme con Renoir. Qui, in riva alla Senna, i due artisti dipinsero alcuni quadri dedicati a La Grenouillère - lo stagno delle rane, uno stabilimento balneare.
Queste opere, sono tra i primi esempi di pittura impressionista. Monet e Renoir li dipinsero per studiare gli effetti della riflessione della luce sull'acqua e discuterne in seguito i risultati.

L'incontro con un intelligente mercante e la passione per l’arte giapponese

Nel giugno 1870, sposata la compagna Camille, Monet si trasferì con la famiglia a Trouville, in Normandia; scoppiata la guerra con la Prussia, per evitare il richiamo alle armi, si recò a Londra, dove visitò i musei londinesi, interessandosi alle opere di Turner e Constable, i due maggiori artisti inglesi della corrente del Romanticismo, e conobbe l'importante mercante d'arte francese Paul Durand-Ruel, che aveva una galleria d'arte in New Bond street. 
Durand-Ruel fu una figura importantissima per i pittori impressionisti, tanto che, probabilmente, senza di lui il movimento impressionista non avrebbe mai preso piede; infatti, questo genere di pittura fu a lungo duramente criticato e rifiutato.
Per molto tempo, Durand-Ruel, con eccezionale intuito, fu l’unico mercante d’arte ad acquistare le opere degli impressionisti, arrivando persino ad indebitarsi con le banche. Il tempo gli diede ragione: dopo trent’anni dai sui primi acquisti di dipinti impressionisti, i pittori che lui aveva sostenuto iniziarono ad ottenere un successo che, ancora oggi non conosce crisi.

Camille Monet con un costume giapponese, 1876
Finita la guerra, Monet tornò in Francia passando per i Paesi Bassi, dove rimase affascinato dal paesaggio e dove acquistò molte stampe giapponesi di Suzuki Harunobu, Hokusai e Hiroshige.

L’Occidente conobbe l’arte giapponese soltanto dopo il 1854. Le stampe giapponesi giunsero in Olanda tramite la Compagnia delle Indie, come carta da imballaggio per le porcellane. La pittura giapponese rappresenta scene piatte, senza prospettiva, con colori stesi in modo uniforme, figure stilizzate e composizioni spesso asimmetriche. La particolarità delle immagini, caratterizzate da forme definite con linee sinuose, affascinò gli europei e, a partire dalla Francia, dilagò la moda di collezionare oggetti, tessuti, mobili e opere d’arte giapponesi. Il fenomeno diventò talmente esteso da essere definito “giapponismo”. 
Anche Monet, come molti altri artisti, fu travolto da questa passione e collezionò numerose stampe giapponesi. 
Con le loro inquadrature non convenzionali e la capacità di creare effetti di spazio attraverso le tonalità di colore anziché utilizzando la prospettiva, gli artisti giapponesi ebbero grande influenza su Monet e sugli altri pittori impressionisti. 

La nascita dell'Impressionismo

Nel 1871, Monet si stabilì ad Argenteuil, vicino Parigi, dove prese in affitto una casa con giardino davanti alla Senna; aveva infatti superato le proprie difficoltà economiche grazie anche all'eredità del padre, morto poco tempo prima.

Impressione. Levar del sole (Impression, soleil levant), 1872, Musée Marmottan

Il 15 aprile 1874 venne inaugurata, nello studio del fotografo Nadar, la mostra di un gruppo di artisti, composto, fra gli altri, da Monet, Cézanne, Degas, Morisot, Renoir, Pissarro e Sisley, polemici nei confronti della pittura, allora di successo, accettata regolarmente nei Salons. Monet vi presentò la tela, dipinta due anni prima, Impressione, levar del Sole; il critico Louis Leroy prese spunto dal titolo del quadro per coniare ironicamente il termine impressionismo.
Il 24 marzo 1875 il gruppo degli impressionisti organizzò una vendita collettiva di dipinti che, malgrado il basso prezzo dell'offerta, non ebbe successo; Monet si trovò nuovamente in difficoltà economiche. Anche una seconda mostra, tenuta l'anno seguente, dove Monet presentò 18 tele, si rivelò un fallimento. 

Nel 1877 Monet dipinse una serie di vedute, in ore e luci diverse e in differenti angolature, della stazione parigina di Saint-Lazare, moderna costruzione in ferro e vetro, uno dei maggiori simboli della modernità. 

La Gare Saint-Lazare (1877) Art Institute of Chicago


Qui, oltre a riferimenti al pittore Turner, scoperto a Londra, appare anche l'interesse di Monet per soggetti fumosi, nebbiosi, di consistenza incerta.

Il metodo di lavoro di Monet, nel riprodurre lo stesso soggetto in diverse ore della giornata, è stato descritto da Maupassant, che lo vide dipingere a Étretat:

"cinque o sei tele raffiguranti lo stesso motivo in diverse ore del giorno e con diversi effetti di luce. Egli le riprendeva e le riponeva a turno, secondo i mutamenti del cielo. L'artista, davanti al suo tema, restava in attesa del sole e delle ombre, fissando con poche pennellate il raggio che appariva o la nube che passava [...] Io l'ho visto cogliere così un barbaglio di luce su una roccia bianca e registrarlo con un fiotto di pennellate gialle che stranamente rendevano l'effetto improvviso e fuggevole di quel rapido e inafferrabile bagliore. Un'altra volta vide uno scroscio d'acqua sul mare e lo gettò rapidamente sulla tela: ed era proprio la pioggia che riuscì a dipingere".

Nel 1881 Monet si legò commercialmente al mercante Paul Durand-Ruel.

Le serie: i Covoni, i Pioppi, le Cattedrali

Proseguendo nel programma che si era dato dipingendo la stazione Saint-Lazare, Monet progettò una serie di tele con il medesimo soggetto ripreso in diverse stagioni e in ore diverse del giorno.

Iniziò a dipingere, dal 1889 al 1891, la serie dei Covoni, scanditi nel mutare delle stagioni e delle ore; scrisse nell'ottobre del 1890: 


"Sgobbo molto, mi ostino su una serie di diversi effetti, ma in questo periodo il sole declina così rapidamente che non mi è possibile seguirlo [...] vedo che bisogna lavorare molto per riuscire a rendere quello che cerco: l'istantaneità, soprattutto l'involucro, la stessa luce diffusa ovunque, e più che mai le cose facili, venute di getto, mi disgustano".


Covoni (1889) Collezione privata
Esposti presso Durand-Ruel nel maggio 1891, la serie dei suoi Covoni ebbe successo e le tele vennero anche vendute da Monet direttamente ai collezionisti; la stessa cosa avvenne per la serie dei suoi Pioppi, che vennero presentati il 29 febbraio 1892 ancora presso la Casa Durand-Ruel.


La Cattedrale di Rouen in pieno sole (1894) Museo d'Orsay
Ormai ricco, Monet acquistò la casa di Giverny, dove già abitava in affitto, e la ristrutturò creando il famoso stagno dove iniziò a coltivare le ninfee. 
Nel 1892 iniziò a dipingere la serie delle Cattedrali di Rouen. 


Venti delle circa trenta* Cattedrali dipinte da Monet a Rouen negli inverni del 1892 e del 1893, e poi completate a Giverny, furono esposte in una mostra nel 1895; il pittore le riprese dal secondo piano di un negozio situato di fronte alla facciata occidentale, col consueto metodo di lavorare a ogni tela nel momento del cambiamento della luce del giorno.
(*alcune fonti riportano che le cattedrali dipinte da Monet siano 50)





Città di nebbia, città d’acqua: Londra e Venezia

Il Parlamento di Londra (1904) Museo d'Orsay
Nell’estate 1899, Monet si recò a Londra, e vi tornò ancora per tre anni: dal balcone della sua stanza al Savoy Hotel riprende vedute del panorama londinese e del Tamigi; nell'autunno, a Giverny, si dedicò a dipingere le ninfee del suo giardino.

Trentasette tele con vedute del Tamigi furono esposte nella Galleria Durand-Ruel nel 1904; Monet scrisse di amare la Londra invernale, in particolare la sua nebbia.


Canal Grande, 1908
Dal settembre al novembre 1908 fu a Venezia e vi tornò anche l’anno successivo: Venezia, la città sull’acqua, rappresentava per Monet “l'impressionismo in pietra”. In particolare, l’artista amava rappresentare i palazzi veneziani e il loro riflesso sulla laguna.





Le Ninfee

“Lavoro tutto il giorno a queste tele, me le passano una dopo l’altra. Nell’atmosfera riappare un colore che avevo scoperto ieri e abbozzato su una delle tele. Immediatamente il dipinto mi viene dato e cerco il più rapidamente possibile di fissare in modo definitivo la visione, ma di solito essa scompare rapidamente per lasciare al suo posto a un altro colore già registrato qualche giorno prima in un altro studio, che mi viene subito posto innanzi; e si continua così tutto il giorno”.

Nonostante i suoi viaggi, fu nel proprio giardino che Monet trovò la principale fonte di ispirazione degli ultimi anni, e in particolare nello stagno in cui coltivava le ninfee. Le prime tele ispirate al giardino non superavano il metro ma, man mano che l’interesse di Monet si intensificava, l’inquadratura si faceva sempre più incentrata sul particolare e le tele divenivano sempre più grandi.

Ninfee, 1903


Nel 1920 Monet offrì allo Stato francese dodici grandi tele di Ninfee, lunga ciascuna circa quattro metri, che furono sistemate nel 1927 in due sale ovali dell'Orangerie delle Tuileries. 


"Non dormo più per colpa loro" - scrisse nel 1925 - "di notte sono continuamente ossessionato da ciò che sto cercando di realizzare. Mi alzo la mattina rotto di fatica [...] dipingere è così difficile e torturante. L'autunno scorso ho bruciato sei tele insieme con le foglie morte del giardino. Ce n'è abbastanza per disperarsi. Ma non vorrei morire prima di aver detto tutto quel che avevo da dire; o almeno aver tentato. E i miei giorni sono contati".

Le sue ultime opere sono molto vicine all’astrattismo, non solo per la scelta artistiche del pittore di restringere sempre di più l’inquadratura della scena, ma anche a causa della malattia agli occhi che gli impediva di riconoscere l'effettiva tonalità dei colori: scriveva lo stesso Monet: 


"I colori non avevano più la stessa intensità per me; non dipingevo più gli effetti di luce con la stessa precisione. Le tonalità del rosso cominciavano a sembrare fangose, i rosa diventavano sempre più pallidi e non riuscivo più a captare i toni intermedi o quelli più profondi [...] Cominciai pian piano a mettermi alla prova con innumerevoli schizzi che mi portarono alla convinzione che lo studio della luce naturale non mi era più possibile ma d'altra parte mi rassicurarono dimostrandomi che, anche se minime variazioni di tonalità e delicate sfumature di colore non rientravano più nelle mie possibilità, ci vedevo ancora con la stessa chiarezza quando si trattava di colori vivaci, isolati all'interno di una massa di tonalità scure".

Nel giugno del 1926 gli venne diagnosticato un carcinoma del polmone; morì il 6 dicembre: ai funerali partecipò tutta la popolazione di Giverny.

Quello stesso anno aveva scritto di aver avuto 


"il solo merito di aver dipinto direttamente di fronte alla natura, cercando di rendere le mie impressioni davanti agli effetti più fuggevoli, e sono desolato di essere stato la causa del nome dato a un gruppo, la maggior parte del quale non aveva nulla di impressionista".
Monet fotografato nel suo studio; alle sue spalle uno dei quadri sulle Ninfee