giovedì 13 settembre 2018

Arte giapponese

Da anni desideravo studiare, almeno a grandi linee, l'arte giapponese.
Finalmente quest'anno sono riuscita a mettere insieme una lezione per gli alunni di terza.
Spero di trasmettere loro almeno un briciolo dell'amore che ho verso le opere dei grandi autori dell'Ukiyo-e, che hanno affascinato non solo me, ma anche grandi protagonisti dell'arte come Monet, Van Gogh e Tolouse-Lautrec.
Buono studio!

Il Giappone


Il Giappone è un arcipelago situato nell’oceano Pacifico, composto da 6.852 isole, le cui quattro isole più grandi sono: Honshū, Hokkaidō, Kyūshū e Shikoku.
Molte isole sono montagne, alcune di origine vulcanica e la vetta più alta del Giappone è il Monte Fuji, un vulcano attivo.
Con una popolazione di circa 127 milioni di abitanti è il decimo Stato più popoloso del mondo. La Grande Area di Tōkyō, è di fatto la più grande area metropolitana del mondo con oltre 30 milioni di residenti.
Ricerche archeologiche indicano che l'arcipelago è abitato dal Paleolitico superiore.
Alle influenze provenienti dal mondo esterno seguì un lungo periodo di isolamento che caratterizzò profondamente la storia del Giappone.
Fin dall'adozione dell'odierna Costituzione il Giappone mantiene una monarchia parlamentare con un imperatore e un parlamento eletto noto come Dieta, rendendolo di fatto l'ultimo impero rimasto nel mondo.
L’arte giapponese è influenzata dall’alternarsi di periodi di isolamento e di apertura al mondo esterno.
Dalla vicina Cina, giunge, nel VI secolo d.C. il Buddhismo, che rimpiazza la religione shintoista, originaria del Giappone.
Lo Shintoismo, un insieme di credenze animistiche, venerazione di fenomeni naturali, esseri sovrannaturali, antenati ed eroi mitologici, non scompare però del tutto, ma sopravvive assimilato dal Buddhismo.
Alla fine dell’VIII secolo d.C., l’imperatore chiude i rapporti con la Cina e l’arte giapponese diventa man mano più autonoma, semplice, elegante e raffinata.
Nell’epoca Heian (attorno all’XI secolo d.C.) nasce il concetto di ARTE TOTALE, tipico della civiltà giapponese, in cui ambiente naturale, architettura, decorazione e presenza umana formano un insieme ideale e omogeneo.
Si tratta di un’idea di arte estremamente diversa da quella occidentale, in cui, fino alla fine dell’Ottocento, persistono le divisioni tra arti «maggiori» (pittura, scultura, architettura) e «minori» (artigianato).


L’epoca dei samurai (XII- XVIII secolo)

Katana Masamune, XIV secolo
Dalla seconda metà del XII secolo, il Giappone fu sconvolto da continue battaglie tra clan (famiglie) per il controllo del potere, a discapito della famiglia imperiale.
Alla loro conclusione, il vincitore venne proclamato Shōgun (generalissimo). Iniziò così una dittatura militare che si concluse solo nel 1868. La casta principale divenne quella dei samurai, guerrieri aristocratici che vivevano all'insegna di un rigido codice d’onore.

L’ascesa dei samurai diede il via alla produzione di un gran numero di manufatti legati alla loro figura, in particolare armature e spade. Le «Katane» appartenute a personaggi importanti sono addirittura oggetto di venerazione.

Nel XIII secolo, ricominciarono i contatti con la Cina e da quel Paese arriva in Giappone l’insegnamento dello Zen, un tipo di Buddhismo che si distingue per l’assenza di divinità e che privilegia invece la meditazione.

Lo Zen venne adottato dai Samurai ed influenzò moltissimo la cultura giapponese, in quanto riteneva che l’Illuminazione potesse essere raggiunta praticando un’arte.

Arti influenzate dallo Zen sono: il teatro, la pittura ad inchiostro (sumi-e), il componimento di brevissime poesie (haiku), la cerimonia del tè, l’arte di predisporre i giardini (ikebana) e gran parte delle arti marziali.

Kintsugi (letteralmente “riparare con l’oro”) è il nome di un’antica arte giapponese usata per riparare oggetti in ceramica che consiste nel saldare insieme i frammenti dell’oggetto usando una mistura di lacca e oro in polvere.

Lo scopo delle riparazioni eseguite con questa tecnica non è quello di nascondere il danno, ma di enfatizzarlo, incorporandolo nell’estetica dell’oggetto riparato che in tal modo diventa, dal punto di vista artistico, “migliore del nuovo”.
Rispetto all’oggetto nuovo, infatti, l'oggetto riparato è più prezioso per la sua unicità, una volta che è passato per le mani sapienti dell’artista che ha eseguito la riparazione.
Con il tempo, i samurai svilupparono un senso estetico raffinatissimo, basato sulla semplicità, austerità, asimmetria, rispetto per i segni (anche le rotture) che il tempo imprime sugli oggetti.

In architettura, le caratteristiche dell’arte giapponese sono: la leggerezza delle strutture, l’utilizzo di materiali naturali (legno, paglia, carta di riso), la semplicità, la geometria e la compenetrazione tra spazi interni e giardino, grazie all’utilizzo di verande e porte scorrevoli.

Villa imperiale di Katsura (Kyoto)

Il periodo Edo (1615-1868)
Durante il periodo Edo, una lunga pace fece sì che la casta dei samurai si indebolisse progressivamente, mentre crebbe di importanza quella dei mercanti.
Si sviluppò in quest’epoca un’arte che rappresentava la loro filosofia e stile di vita, chiamata Ukiyo-e, «le immagini del mondo fluttuante».
Più liberi dalle rigide convenzioni dei samurai e meno oppressi dal lavoro rispetto ad agricoltori e pescatori, gli appartenenti alla classe borghese potevano dedicarsi a momenti di svago: il teatro, gli incontri di lotta (sumō) e le cosiddette «case da Tè» frequentate da affascinanti gheishe, che altro non erano che raffinate prostitute.

Gli artisti iniziarono a rappresentare questa società e i suoi divertimenti. La gente che ne faceva parte si sentiva immersa in un «mondo che fluttua» (ukiyo) nel quale non vi erano certezze e in cui si cercava semplicemente di godersi la vita giorno per giorno.
Kitagawa Utamaro, illustrazione erotica, 1802


Il termine «Ukiyo-e» identifica l’arte che descrive questa realtà attraverso dipinti, xilografie e libri illustrati.
Essa si sviluppò durante tutto il periodo Edo e coinvolse i più importanti artisti dell’epoca, diventando, nella seconda metà dell’Ottocento, la forma d’arte giapponese più conosciuta al mondo.

Tra i temi dell’Ukyio-e  vi è il paesaggio.
Data l’impossibilità di recarsi all’estero, si sviluppò il turismo interno.

I giapponesi andavano alla ricerca di scenari naturali e di opere ingegneristiche, in particolare ponti.

I viaggiatori amavano acquistare stampe che raffiguravano i luoghi che avevano visitato o che intendevano visitare.

Utagawa Hiroshige (1797-1858)

Fu autore di composizioni che descrivevano bene l’amore dei giapponesi verso la natura del proprio Paese.

Tra le sue opere più famose vi è la serie dedicata alle 53 stazioni di sosta lungo la strada tra Kyoto e Edo e la raccolta «Cento vedute celebri di Edo», divenuta famosa in Europa per l’ammirazione che suscitò in Van Gogh, che fece delle copie di alcune stampe, tra cui «Acquazzone improvviso su Ōhashi».

È ritenuto il maestro giapponese degli eventi atmosferici per la sua bravura nel descrivere la nebbia, la neve e la pioggia.
Durante il periodo Edo, il Giappone era isolato dal resto del mondo: gli stranieri non potevano entrare nel Paese, né i giapponesi potevano recarsi all’estero.


Vi era però un’eccezione: a Nagasaki risiedeva una comunità olandese di commercianti. Tramite loro, in Giappone entravano libri illustrati, incisioni e strumenti ottici europei, che venivano studiati dagli artisti. Alcuni di loro sperimentarono così la prospettiva matematica e il chiaroscuro, tecniche estranee all’arte dell’estremo oriente.

Katsushika Hokusai, Interno del grande teatro Kabuki di Edo


L’apertura al mondo e il giapponismo
Claude Monet,
Camille Monet in costume giapponese, 1876

Nel 1853, l’americano Mattew Perry entrò con quattro navi da guerra nella baia di Edo e forzò il porto, chiuso dal 1641.
Il 31 marzo 1854, con la firma della convenzione di Kanagawa il Giappone si aprì definitivamente all’Occidente e nel 1867 partecipò all’Expò di Parigi.
Gli oggetti e l’arte giapponesi conquistarono a tal punto gli europei da far nascere addirittura una moda, chiamata «giapponismo».

Moltissimi artisti si interessarono all’arte giapponese e si ispirarono ad essa. Tra i più famosi possiamo citare Claude Monet, che si fece costruire un giardino d’acqua in stile giapponese al quale dedicò molti famosi dipinti; Vincent Van Gogh, che collezionava assieme al fratello Theo le stampe giapponesi e le studiò copiandole; Henri de Tolouse-Lautrec che si ispirò allo stile giapponese per comporre i suoi famosi manifesti.

Vincent Van Gogh, Giapponeseria, 1887
olio su tela 105,5×60,5 cm
Van Gogh Museum, Amsterdam

Henri de Tolouse-Lautrec, Divan Japonais, 
1892, litografia

Questo manifesto pubblicitario per il locale «Divan Japonais» a Parigi, venne realizzato dall’autore ispirandosi allo stile giapponese. La figura in primo piano, tutta nera, senza sfumature, imita le forme delle stampe giapponesi che sono realizzate con colori piatti, privi di chiaroscuro.

Hokusai
«Dall'età di sei anni ho la mania di copiare la forma delle cose, e dai cinquanta pubblico spesso dei disegni, tra quel che ho raffigurato in questi settant'anni non c'è nulla degno di considerazione. A settantatrè ho un po' intuito l'essenza della struttura di animali e uccelli, insetti e pesci, della vita di erbe e piante e perciò a ottantasei progredirò oltre; a novanta ne avrò approfondito ancor di più il senso recondito e a cento anni avrò forse veramente raggiunto la dimensione del divino e del meraviglioso. Quando ne avrò centodieci, anche un solo punto o una linea saranno dotati di vita propria. Se posso esprimere un desiderio, prego quelli tra loro signori che godranno di lunga vita di controllare se quanto sostengo si rivelerà infondato. Dichiarato da Manji il vecchio pazzo per la pittura.»
Katsushika Hokusai (1760-1849)

La vita
Pruno in fiore,
periodo Hokusai,
inchiostro e colori su seta

Hokusai è il più conosciuto di molti nomi che questo artista si è dato nel corso della sua lunga vita, secondo una pratica giapponese in uso non solo in ambito artistico.
Nacque il 31 ottobre 1760 a Edo, l’attuale Tokyo, nel distretto di Katsushika: per questo motivo è anche conosciuto come «Katsushika Hokusai».

Fin da adolescente si mise in luce per il suo talento artistico e lavorò in diverse botteghe artistiche, firmandosi con il nome di queste ultime. Solo nel 1798 aprì un proprio atelier con il nome di Hokusai, dirigendolo fino al 1810, anno in cui lo lasciò al suo allievo più dotato.

Negli anni successivi cambiò nome diverse volte, anche se talvolta utilizzò ancora il nome Hokusai, con il quale aveva raggiunto la fama.
A causa di questi cambiamenti, le sue opere vengono suddivise in periodi che corrispondono al nome che l’artista si era dato in quegli anni.

Nonostante fosse già molto famoso, fu dopo il compimento dei sessant’anni che compose le sue opere più famose, tra cui la celebre Grande onda, assumendo il nome «Iitsu».

Negli ultimi quindici anni della sua vita, nonostante la fama e l’ammirazione di cui godeva, visse in condizioni di estrema povertà a causa della grave crisi economica che flagellava il Giappone.

Tuttavia, non smise mai di dipingere: la sua passione lo spronò a lavorare fino al giorno della sua morte, giunta a novant’anni, tutti spesi nel continuo desiderio di migliorare la propria arte.




OPERE
IL PERIODO IITSU (1820-1834)

«Fuji rosso» della serie «Trentasei vedute del monte Fuji»

Le opere più note di Hokusai appartengono al periodo Iitsu. Questo nome, che significa «Nuovamente uno» fu scelto dall’artista al compimento del sessantesimo anno.
Si tratta soprattutto di xilografie che rappresentano paesaggi, oppure fiori, raccolte in serie che possono contare dalle poche unità a decine di fogli.
«Trentasei vedute del monte Fuji» che contiene la celeberrima «Grande onda» e «Fuji rosso» sono il capolavoro più celebrato del maestro, assieme alle serie dei «Grandi fiori» e dei «Piccoli fiori».

«La grande onda presso Kanagawa», della serie «Trentasei vedute del monte Fuji» (1830-1832 circa)

Quest’opera, ormai entrata nell’immaginario del mondo intero, è talmente conosciuta che si può considerare il simbolo dell’arte giapponese.
In essa si celebra la potenza della natura, alla quale l’essere umano deve sottostare.
La gigantesca onda domina la composizione, nonostante la posizione laterale in cui l’ha posta l’artista. Si erge, monumentale ed aggressiva, quasi a voler ghermire i piccoli uomini che osano sfidarla, a bordo di fragili imbarcazioni.
Sullo sfondo, il cono perfetto del Fuji, simbolo del divino, assiste impassibile all’evento.
Nel progetto originario, erano previste trentasei stampe con paesaggi che fossero accumunati dalla presenza del monte Fuji.
Inizialmente esse dovevano essere monocrome, realizzate con il solo blu di Prussia, un colore da poco entrato nel Paese dall’Europa, ma il grande successo che ottennero convinse l’editore ad aumentarne il numero fino a cento e a stamparle a più colori.
In realtà, Hokusai ne realizzò in tutto quarantasei.

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Approfondimento:
LA XILOGRAFIA
La xilografia, o silografia, è una tecnica d'incisione in rilievo in cui si asportano dalla parte superiore di una tavoletta di legno le parti non costituenti il disegno.
Le matrici vengono inchiostrate e utilizzate per la realizzazione di più esemplari dello stesso soggetto (su carta e a volte su seta), mediante la stampa con il torchio.
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Nella serie «Grandi fiori», Hokusai inserisce gli elementi in primissimo piano su uno sfondo neutro, con inquadrature innovative: la parte superiore e quella inferiore del soggetto sono infatti ‘tagliati fuori’ dal bordo del foglio.
Questa soluzione grafica venne ripresa da molti artisti occidentali di Ottocento e Novecento (ad esempio, gli Impressionisti).


L’opera «Iris e cavalletta» ha probabilmente un significato simbolico: l’iris infatti è il fiore simbolo dei Samurai, per la forma delle foglie che ricordano le Katane. La cavalletta, appoggiata alla foglia più grande, in parte rosicchiata dall’insetto, è un richiamo alla decadenza della casta guerriera.

I MANGA

Hokusai manga "Schizzi sparsi di Hokusai") è una raccolta di schizzi con vari soggetti. I soggetti dei disegni includono paesaggi, flora e fauna, scene di vita quotidiana e il soprannaturale. La parola manga nel titolo non si riferisce ai manga narrativi contemporanei: piuttosto è il contrario.
Dipinti su xilografie in tre colori (nero, grigio e carne), i manga comprendono letteralmente migliaia di immagini in 15 volumi, il primo dei quali fu pubblicato nel 1814, quando l'artista aveva cinquantacinque anni.


Essi sono un esempio della grande capacità di osservazione dell’artista, ma anche della sua ironia, perché riescono a cogliere con bonarietà il lato buffoe gioioso dei personaggi rappresentati.
Il primo volume di Manga (definito da Hokusai come un "pennello impazzito"), era un libro di istruzioni sull'arte pubblicato per aumentare i propri introiti, trovandosi in difficoltà economica.
I Manga testimoniano la dedizione di Hokusai al realismo artistico nella rappresentazione delle persone e del mondo naturale. L'opera fu immediatamente un successo e presto seguirono i volumi successivi. Dopo l’apertura del Giappone all’Occidente, essi vennero diffusi anche in Europa.


RIASSUMENDO…
Le principali caratteristiche delle opere di Hokusai sono:
L’ironia
La vicinanza alla gente umile e ai suoi lavori
La ricerca del Divino nella natura
Il dialogo tra uomo e natura (con l’inserimento della figura umana nei paesaggi
L’attenzione alle piccole cose, ai dettagli (gesti, sguardi, piccoli fiori e animali)
Le composizioni inusuali ed originali, che sorprendono l’osservatore
La raffinatezza delle colorazioni (il bianco è ottenuto tramite lo sfondo neutro della carta)
Hokusai, Carpa che risale la corrente

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