venerdì 15 aprile 2022
giovedì 11 febbraio 2021
I simboli nell'arte: colori (seconda parte)
Come per il precedente video, per la visione a tutto schermo, consiglio di vederlo da Youtube, la qualità è decisamente migliore.
Per forza di cose, ho dovuto semplificare molto i concetti riguardanti i significati dei vari colori: soprattutto per quanto riguarda il colore VERDE, la storia è molto più complessa di come l'ho presentata.
Per chi volesse approfondire, consiglio due libri: "Il piccolo libro dei colori" di Pastoreau e Simonnet, che ha completamente stravolto il mio modo di pensare i colori, e "Cromorama" di Riccardo Falcinelli, un autore fantastico che (ahimè meschina) ho scoperto solo da poco. Il suo libro è molto più corposo ma vale assolutamente la pena di leggerlo.
Per quanto riguarda i miei video, una curiosità: ho utilizzato dei brani di musica classica per accompagnare le immagini e li ho scelti con molta cura. Alcuni sono coperti da copyright, perciò questi video non sono monetizzabili su YouTube (e poco male, perché io non ho mai usato il mio canale per monetizzare e se vi compare della pubblicità, tutto il guadagno è di YouTube e non mio), ma la cosa più curiosa è che alcuni di essi sono stati bloccati in alcuni Paesi, tra cui Cuba, Siria, Iran e Nord Corea per via dei brani che ho utilizzato.
Evidentemente in tali Paesi le norme sul copyright sono molto più stringenti rispetto a tutto il resto del mondo.
Ho comunque scelto di non modificare la "colonna sonora" in quanto penso che l'abbinamento delle ARTI crei un tipo di bellezza completamente diverso da quello espresso singolarmente da musica e pittura, ma anche perché sono convinta che Internet debba essere un mezzo di divulgazione di cultura e che tale divulgazione debba essere per quanto possibile GRATUITA. Questa ossessione del copyright sta facendo scadere di molto la qualità dei materiali didattici e di conseguenza i gusti dei nostri ragazzi si stanno impoverendo in maniera preoccupante.
Io alle elementari avevo un libro di lettura con immagini di quadri di Picasso e di altri artisti contemporanei. Oggi i bambini hanno libri illustrati per lo più da banali pupazzetti colorati.
E poi c'è Internet.
Ultimamente il web ci propina sempre più contenuti commerciali e, assieme ad essi, è diventato un vero e proprio ricettacolo di ogni tipo di "sporcizia" umana. Dalla semplice maleducazione fino al vero e proprio odio, passando per tutte le sfumature dei peggiori sentimenti che le persone riescono ad esprimere. Eppure gli esseri umani sono capaci anche di altro!
Per questo sto cercando di condividere questi materiali che creo per aiutarmi nel mio lavoro: i video, le schede, i disegni e le lezioni di storia dell'arte.
All'inizio mettevo tutto online per averlo più facilmente a portata di mano quando andavo a scuola, senza dovermi portare dietro chiavette e CD-ROM, ma poi ho anche pensato che se le mie lezioni potevano essere utili a qualcun altro, perché no? In fin dei conti io non creo dal nulla: non faccio altro che prendere, selezionare, modificare e riconfezionare, ripensando i contenuti per dei fruitori di età compresa tra gli 11 e i 14 anni. Perciò è giusto che ciò che prendo dal web ritorni nel web e che sia rimesso in circolo, per dare spunti, suscitare curiosità, far emergere nuove idee. La cultura non è altro che questo; solo con lo scambio reciproco si può progredire.
In conclusione: spero vi piaccia anche questo secondo video.
Ne manca ancora uno, l'ultimo, che spero di riuscire a preparare nel giro di 15/20 giorni.
Buona visione!
giovedì 28 gennaio 2021
I simboli nell'arte: colori (prima parte)
Per la visione a tutto schermo, consiglio di vederlo da Youtube, la qualità è decisamente migliore.
Spero vi piaccia questo mio ultimo lavoro, al quale seguiranno altre due parti.
Buona visione!
lunedì 11 maggio 2020
ARTE ROMANA
lunedì 17 giugno 2019
L'angolo del prof: volta della Cappella Sistina
Volevo aggiungere qualcosa di mio al grande minestrone globale di Internet, qualcosa di utile a chi fa il mio stesso mestiere di insegnante.
Purtroppo, per vari motivi, no ho molto tempo per tenerlo aggiornato, specialmente per quanto riguarda quest'ultima funzione.
Spero di rimediare almeno un po' durante l'estate, ed inizio oggi, durante una breve pausa dagli esami, con questo materiale sulla volta della Cappella Sistina di Michelangelo, con il quale faccio svolgere degli esercizi ai miei alunni, dopo aver fatto loro guardare questo VIDEO.
Si tratta di uno schema che ho tratto dal libro do Alberto Angela "Viaggio nella Cappella Sistina" (Rizzoli), modificandolo in modo che i ragazzi ci possano lavorare sopra.

Ho cancellato tutti i numeri dei vari settori, tranne quelli corrispondenti alle Storie della Genesi, in modo che siano loro a scrivere la legenda dopo aver incollato lo schema al quaderno:
Legenda Storie della Genesi:
1) Separazione della luce dalle tenebre
2) Creazione del sole, della luna e delle piante
3) Separazione delle acque
4) Creazione di Adamo
5) Creazione di Eva
6) Peccato originale e Cacciata dal Paradiso Terrestre
7) Il sacrificio di Noè
8) Diluvio Universale
9) Ebbrezza di Noè
Oltre a questo, faccio colorare i vari settori (vedi esempio) e creare un'altra legenda; questo aiuta i ragazzi a memorizzare i termini specifici: lunetta, pennacchio, vela, e a ricordare le posizioni dei vari personaggi.
Esempio:
GIALLO: pennacchi, storie bibliche
VERDE: lunette, antenati di Cristo
ARANCIONE: vele, antenati di Cristo
ROSA: profeti e sibille
AZZURRO: storie della Genesi
Ma non è finita qui. Accanto allo schema faccio incollare alcune figure che rappresentano dettagli dell'opera. I ragazzi devono colorarle e scrivere accanto le rispettive didascalie. Alcune le ho trovate già fatte, altre le ho preparate io.
I dati generali (autore, data, collocazione, committente, misure, tecnica) e un bel titolo disegnato e colorato a piacere completano l'esercizio.
Sembra un gioco da ragazzi... ma non lo è poi tanto.
Assieme alla cura nella colorazione, io valuto la composizione della pagina, dato che i ragazzi sono liberi di incollare e scrivere didascalie e legende dove preferiscono.
Come cerco di fare con tutte le esercitazioni, lo scopo è di prendere quanti più piccioni possibile con una sola fava: in questo caso, oltre a memorizzare alcuni aspetti dell'opera, i ragazzi devono progettare e gestire gli spazi del loro quaderno, quasi come si trattasse della pagina di un libro o di una rivista.
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| immagine dal web |
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| immagine dal web |
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| immagine di Mara Bagatella |
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| Immagine di Mara Bagatella |
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| Immagine dal web |
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| immagine di Mara Bagatella |
giovedì 13 settembre 2018
Arte giapponese
Finalmente quest'anno sono riuscita a mettere insieme una lezione per gli alunni di terza.
Spero di trasmettere loro almeno un briciolo dell'amore che ho verso le opere dei grandi autori dell'Ukiyo-e, che hanno affascinato non solo me, ma anche grandi protagonisti dell'arte come Monet, Van Gogh e Tolouse-Lautrec.
Buono studio!
Il Giappone
Il Giappone è un arcipelago situato nell’oceano Pacifico, composto da 6.852 isole, le cui quattro isole più grandi sono: Honshū, Hokkaidō, Kyūshū e Shikoku.
Molte isole sono montagne, alcune di origine vulcanica e la vetta più alta del Giappone è il Monte Fuji, un vulcano attivo.
Con una popolazione di circa 127 milioni di abitanti è il decimo Stato più popoloso del mondo. La Grande Area di Tōkyō, è di fatto la più grande area metropolitana del mondo con oltre 30 milioni di residenti.
Ricerche archeologiche indicano che l'arcipelago è abitato dal Paleolitico superiore.
Alle influenze provenienti dal mondo esterno seguì un lungo periodo di isolamento che caratterizzò profondamente la storia del Giappone.
Fin dall'adozione dell'odierna Costituzione il Giappone mantiene una monarchia parlamentare con un imperatore e un parlamento eletto noto come Dieta, rendendolo di fatto l'ultimo impero rimasto nel mondo.
L’arte giapponese è influenzata dall’alternarsi di periodi di isolamento e di apertura al mondo esterno.
Dalla vicina Cina, giunge, nel VI secolo d.C. il Buddhismo, che rimpiazza la religione shintoista, originaria del Giappone.
Lo Shintoismo, un insieme di credenze animistiche, venerazione di fenomeni naturali, esseri sovrannaturali, antenati ed eroi mitologici, non scompare però del tutto, ma sopravvive assimilato dal Buddhismo.
Alla fine dell’VIII secolo d.C., l’imperatore chiude i rapporti con la Cina e l’arte giapponese diventa man mano più autonoma, semplice, elegante e raffinata.
Nell’epoca Heian (attorno all’XI secolo d.C.) nasce il concetto di ARTE TOTALE, tipico della civiltà giapponese, in cui ambiente naturale, architettura, decorazione e presenza umana formano un insieme ideale e omogeneo.
Si tratta di un’idea di arte estremamente diversa da quella occidentale, in cui, fino alla fine dell’Ottocento, persistono le divisioni tra arti «maggiori» (pittura, scultura, architettura) e «minori» (artigianato).
L’epoca dei samurai (XII- XVIII secolo)
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| Katana Masamune, XIV secolo |
Alla loro conclusione, il vincitore venne proclamato Shōgun (generalissimo). Iniziò così una dittatura militare che si concluse solo nel 1868. La casta principale divenne quella dei samurai, guerrieri aristocratici che vivevano all'insegna di un rigido codice d’onore.
L’ascesa dei samurai diede il via alla produzione di un gran numero di manufatti legati alla loro figura, in particolare armature e spade. Le «Katane» appartenute a personaggi importanti sono addirittura oggetto di venerazione.
Nel XIII secolo, ricominciarono i contatti con la Cina e da quel Paese arriva in Giappone l’insegnamento dello Zen, un tipo di Buddhismo che si distingue per l’assenza di divinità e che privilegia invece la meditazione.
Lo Zen venne adottato dai Samurai ed influenzò moltissimo la cultura giapponese, in quanto riteneva che l’Illuminazione potesse essere raggiunta praticando un’arte.
Arti influenzate dallo Zen sono: il teatro, la pittura ad inchiostro (sumi-e), il componimento di brevissime poesie (haiku), la cerimonia del tè, l’arte di predisporre i giardini (ikebana) e gran parte delle arti marziali.
Kintsugi (letteralmente “riparare con l’oro”) è il nome di un’antica arte giapponese usata per riparare oggetti in ceramica che consiste nel saldare insieme i frammenti dell’oggetto usando una mistura di lacca e oro in polvere.
Lo scopo delle riparazioni eseguite con questa tecnica non è quello di nascondere il danno, ma di enfatizzarlo, incorporandolo nell’estetica dell’oggetto riparato che in tal modo diventa, dal punto di vista artistico, “migliore del nuovo”.
Rispetto all’oggetto nuovo, infatti, l'oggetto riparato è più prezioso per la sua unicità, una volta che è passato per le mani sapienti dell’artista che ha eseguito la riparazione.
Con il tempo, i samurai svilupparono un senso estetico raffinatissimo, basato sulla semplicità, austerità, asimmetria, rispetto per i segni (anche le rotture) che il tempo imprime sugli oggetti.
In architettura, le caratteristiche dell’arte giapponese sono: la leggerezza delle strutture, l’utilizzo di materiali naturali (legno, paglia, carta di riso), la semplicità, la geometria e la compenetrazione tra spazi interni e giardino, grazie all’utilizzo di verande e porte scorrevoli.
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| Villa imperiale di Katsura (Kyoto) |
Il periodo Edo (1615-1868)
Durante il periodo Edo, una lunga pace fece sì che la casta dei samurai si indebolisse progressivamente, mentre crebbe di importanza quella dei mercanti.
Si sviluppò in quest’epoca un’arte che rappresentava la loro filosofia e stile di vita, chiamata Ukiyo-e, «le immagini del mondo fluttuante».
Più liberi dalle rigide convenzioni dei samurai e meno oppressi dal lavoro rispetto ad agricoltori e pescatori, gli appartenenti alla classe borghese potevano dedicarsi a momenti di svago: il teatro, gli incontri di lotta (sumō) e le cosiddette «case da Tè» frequentate da affascinanti gheishe, che altro non erano che raffinate prostitute.
Gli artisti iniziarono a rappresentare questa società e i suoi divertimenti. La gente che ne faceva parte si sentiva immersa in un «mondo che fluttua» (ukiyo) nel quale non vi erano certezze e in cui si cercava semplicemente di godersi la vita giorno per giorno.
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| Kitagawa Utamaro, illustrazione erotica, 1802 |
Il termine «Ukiyo-e» identifica l’arte che descrive questa realtà attraverso dipinti, xilografie e libri illustrati.
Essa si sviluppò durante tutto il periodo Edo e coinvolse i più importanti artisti dell’epoca, diventando, nella seconda metà dell’Ottocento, la forma d’arte giapponese più conosciuta al mondo.
Tra i temi dell’Ukyio-e vi è il paesaggio.
Data l’impossibilità di recarsi all’estero, si sviluppò il turismo interno.
I giapponesi andavano alla ricerca di scenari naturali e di opere ingegneristiche, in particolare ponti.
I viaggiatori amavano acquistare stampe che raffiguravano i luoghi che avevano visitato o che intendevano visitare.
Utagawa Hiroshige (1797-1858)
Fu autore di composizioni che descrivevano bene l’amore dei giapponesi verso la natura del proprio Paese.
Tra le sue opere più famose vi è la serie dedicata alle 53 stazioni di sosta lungo la strada tra Kyoto e Edo e la raccolta «Cento vedute celebri di Edo», divenuta famosa in Europa per l’ammirazione che suscitò in Van Gogh, che fece delle copie di alcune stampe, tra cui «Acquazzone improvviso su Ōhashi».
È ritenuto il maestro giapponese degli eventi atmosferici per la sua bravura nel descrivere la nebbia, la neve e la pioggia.
Durante il periodo Edo, il Giappone era isolato dal resto del mondo: gli stranieri non potevano entrare nel Paese, né i giapponesi potevano recarsi all’estero.
Vi era però un’eccezione: a Nagasaki risiedeva una comunità olandese di commercianti. Tramite loro, in Giappone entravano libri illustrati, incisioni e strumenti ottici europei, che venivano studiati dagli artisti. Alcuni di loro sperimentarono così la prospettiva matematica e il chiaroscuro, tecniche estranee all’arte dell’estremo oriente.
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| Katsushika Hokusai, Interno del grande teatro Kabuki di Edo |
L’apertura al mondo e il giapponismo
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| Claude Monet, Camille Monet in costume giapponese, 1876 |
Nel 1853, l’americano Mattew Perry entrò con quattro navi da guerra nella baia di Edo e forzò il porto, chiuso dal 1641.
Il 31 marzo 1854, con la firma della convenzione di Kanagawa il Giappone si aprì definitivamente all’Occidente e nel 1867 partecipò all’Expò di Parigi.
Gli oggetti e l’arte giapponesi conquistarono a tal punto gli europei da far nascere addirittura una moda, chiamata «giapponismo».
Moltissimi artisti si interessarono all’arte giapponese e si ispirarono ad essa. Tra i più famosi possiamo citare Claude Monet, che si fece costruire un giardino d’acqua in stile giapponese al quale dedicò molti famosi dipinti; Vincent Van Gogh, che collezionava assieme al fratello Theo le stampe giapponesi e le studiò copiandole; Henri de Tolouse-Lautrec che si ispirò allo stile giapponese per comporre i suoi famosi manifesti.
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Vincent Van Gogh, Giapponeseria, 1887
olio su tela 105,5×60,5 cm
Van Gogh Museum, Amsterdam
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Henri de Tolouse-Lautrec, Divan Japonais,
1892, litografia
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Questo manifesto pubblicitario per il locale «Divan Japonais» a Parigi, venne realizzato dall’autore ispirandosi allo stile giapponese. La figura in primo piano, tutta nera, senza sfumature, imita le forme delle stampe giapponesi che sono realizzate con colori piatti, privi di chiaroscuro.
Hokusai
«Dall'età di sei anni ho la mania di copiare la forma delle cose, e dai cinquanta pubblico spesso dei disegni, tra quel che ho raffigurato in questi settant'anni non c'è nulla degno di considerazione. A settantatrè ho un po' intuito l'essenza della struttura di animali e uccelli, insetti e pesci, della vita di erbe e piante e perciò a ottantasei progredirò oltre; a novanta ne avrò approfondito ancor di più il senso recondito e a cento anni avrò forse veramente raggiunto la dimensione del divino e del meraviglioso. Quando ne avrò centodieci, anche un solo punto o una linea saranno dotati di vita propria. Se posso esprimere un desiderio, prego quelli tra loro signori che godranno di lunga vita di controllare se quanto sostengo si rivelerà infondato. Dichiarato da Manji il vecchio pazzo per la pittura.»Katsushika Hokusai (1760-1849)
La vita
| Pruno in fiore, periodo Hokusai, inchiostro e colori su seta |
Hokusai è il più conosciuto di molti nomi che questo artista si è dato nel corso della sua lunga vita, secondo una pratica giapponese in uso non solo in ambito artistico.
Nacque il 31 ottobre 1760 a Edo, l’attuale Tokyo, nel distretto di Katsushika: per questo motivo è anche conosciuto come «Katsushika Hokusai».
Fin da adolescente si mise in luce per il suo talento artistico e lavorò in diverse botteghe artistiche, firmandosi con il nome di queste ultime. Solo nel 1798 aprì un proprio atelier con il nome di Hokusai, dirigendolo fino al 1810, anno in cui lo lasciò al suo allievo più dotato.
Negli anni successivi cambiò nome diverse volte, anche se talvolta utilizzò ancora il nome Hokusai, con il quale aveva raggiunto la fama.
A causa di questi cambiamenti, le sue opere vengono suddivise in periodi che corrispondono al nome che l’artista si era dato in quegli anni.
Nonostante fosse già molto famoso, fu dopo il compimento dei sessant’anni che compose le sue opere più famose, tra cui la celebre Grande onda, assumendo il nome «Iitsu».
Negli ultimi quindici anni della sua vita, nonostante la fama e l’ammirazione di cui godeva, visse in condizioni di estrema povertà a causa della grave crisi economica che flagellava il Giappone.
Tuttavia, non smise mai di dipingere: la sua passione lo spronò a lavorare fino al giorno della sua morte, giunta a novant’anni, tutti spesi nel continuo desiderio di migliorare la propria arte.
OPERE
IL PERIODO IITSU (1820-1834)
| «Fuji rosso» della serie «Trentasei vedute del monte Fuji» |
Le opere più note di Hokusai appartengono al periodo Iitsu. Questo nome, che significa «Nuovamente uno» fu scelto dall’artista al compimento del sessantesimo anno.
Si tratta soprattutto di xilografie che rappresentano paesaggi, oppure fiori, raccolte in serie che possono contare dalle poche unità a decine di fogli.
«Trentasei vedute del monte Fuji» che contiene la celeberrima «Grande onda» e «Fuji rosso» sono il capolavoro più celebrato del maestro, assieme alle serie dei «Grandi fiori» e dei «Piccoli fiori».
| «La grande onda presso Kanagawa», della serie «Trentasei vedute del monte Fuji» (1830-1832 circa) |
Quest’opera, ormai entrata nell’immaginario del mondo intero, è talmente conosciuta che si può considerare il simbolo dell’arte giapponese.
In essa si celebra la potenza della natura, alla quale l’essere umano deve sottostare.
La gigantesca onda domina la composizione, nonostante la posizione laterale in cui l’ha posta l’artista. Si erge, monumentale ed aggressiva, quasi a voler ghermire i piccoli uomini che osano sfidarla, a bordo di fragili imbarcazioni.
Sullo sfondo, il cono perfetto del Fuji, simbolo del divino, assiste impassibile all’evento.
Nel progetto originario, erano previste trentasei stampe con paesaggi che fossero accumunati dalla presenza del monte Fuji.
Inizialmente esse dovevano essere monocrome, realizzate con il solo blu di Prussia, un colore da poco entrato nel Paese dall’Europa, ma il grande successo che ottennero convinse l’editore ad aumentarne il numero fino a cento e a stamparle a più colori.
In realtà, Hokusai ne realizzò in tutto quarantasei.
Approfondimento:
LA XILOGRAFIA
La xilografia, o silografia, è una tecnica d'incisione in rilievo in cui si asportano dalla parte superiore di una tavoletta di legno le parti non costituenti il disegno.
Le matrici vengono inchiostrate e utilizzate per la realizzazione di più esemplari dello stesso soggetto (su carta e a volte su seta), mediante la stampa con il torchio.
Nella serie «Grandi fiori», Hokusai inserisce gli elementi in primissimo piano su uno sfondo neutro, con inquadrature innovative: la parte superiore e quella inferiore del soggetto sono infatti ‘tagliati fuori’ dal bordo del foglio.
Questa soluzione grafica venne ripresa da molti artisti occidentali di Ottocento e Novecento (ad esempio, gli Impressionisti).
L’opera «Iris e cavalletta» ha probabilmente un significato simbolico: l’iris infatti è il fiore simbolo dei Samurai, per la forma delle foglie che ricordano le Katane. La cavalletta, appoggiata alla foglia più grande, in parte rosicchiata dall’insetto, è un richiamo alla decadenza della casta guerriera.
I MANGA
Hokusai manga "Schizzi sparsi di Hokusai") è una raccolta di schizzi con vari soggetti. I soggetti dei disegni includono paesaggi, flora e fauna, scene di vita quotidiana e il soprannaturale. La parola manga nel titolo non si riferisce ai manga narrativi contemporanei: piuttosto è il contrario.
Dipinti su xilografie in tre colori (nero, grigio e carne), i manga comprendono letteralmente migliaia di immagini in 15 volumi, il primo dei quali fu pubblicato nel 1814, quando l'artista aveva cinquantacinque anni.
Essi sono un esempio della grande capacità di osservazione dell’artista, ma anche della sua ironia, perché riescono a cogliere con bonarietà il lato buffoe gioioso dei personaggi rappresentati.
Il primo volume di Manga (definito da Hokusai come un "pennello impazzito"), era un libro di istruzioni sull'arte pubblicato per aumentare i propri introiti, trovandosi in difficoltà economica.
I Manga testimoniano la dedizione di Hokusai al realismo artistico nella rappresentazione delle persone e del mondo naturale. L'opera fu immediatamente un successo e presto seguirono i volumi successivi. Dopo l’apertura del Giappone all’Occidente, essi vennero diffusi anche in Europa.
RIASSUMENDO…
Le principali caratteristiche delle opere di Hokusai sono:
L’ironia
La vicinanza alla gente umile e ai suoi lavori
La ricerca del Divino nella natura
Il dialogo tra uomo e natura (con l’inserimento della figura umana nei paesaggi
L’attenzione alle piccole cose, ai dettagli (gesti, sguardi, piccoli fiori e animali)
Le composizioni inusuali ed originali, che sorprendono l’osservatore
La raffinatezza delle colorazioni (il bianco è ottenuto tramite lo sfondo neutro della carta)
Hokusai, Carpa che risale la corrente
venerdì 24 novembre 2017
Mappe mentali: Arte Romanica
Ecco qui per voi, ragazzi, le mappe mentali sull'arte romanica, ma mi raccomando, quando creerete le vostre, PERSONALIZZATELE! Ricordatevi che per essere efficace, una mappa mentale deve riflettere il vostro pensiero, non quello dell'insegnante!
sabato 8 aprile 2017
Michelangelo, Volta della Cappella Sistina
Lo scorso anno, in un momento di esagerato ottimismo, decisi di affrontare l'argomento del Rinascimento a partire da un documentario di Alberto Angela, LA CAPPELLA SISTINA E I SUOI SEGRETI, stagione 2013/14.
Si tratta di un video lungo per dei ragazzi di seconda media, ma ero convinta che, spezzandolo in varie parti (quattro parti di mezz'ora circa) e fermandolo spesso per chiarire loro dei punti e rispondere alle loro domande, la cosa avrebbe funzionato.
Mi aspettavo più attenzione rispetto ad una normale lezione frontale, più entusiasmo, una maggiore memorizzazione dei contenuti visivi.
Il risultato fu invece sconfortante. Dopo un mese, la verifica andò malissimo, dovetti fargliela rifare. Il secondo tentativo andò solo leggermente meglio rispetto al primo. Questo non in una, ma in tre classi di seconda media, si parla quindi di circa 60 ragazzi.
Cos'era successo?
Quando un sistema didattico sul quale puntavi e nel quale riponevi tanta fiducia fallisce, l'unica cosa sensata da fare è raccogliere i cocci del tuo orgoglio e analizzare quanto è successo, in modo da non ricadere nello stesso errore.
Negli ultimi mesi mi sono resa conto che le lezioni in video non aiutano affatto i ragazzi, anzi, li mettono in crisi. Saranno anche dei nativi digitali, abituati alle immagini in movimento, ma avete mai sbirciato i video su Youtube per cui vanno matti?
Sono molto semplici, brevi e banali, e loro li riguardano in continuazione.
L'amore per la reiterazione è tipica della stagione dell'infanzia. I bambini amano riascoltare all'infinito le stesse fiabe o riguardare gli stessi cartoni animati anche quando sono in grado di ripetere ogni battuta a memoria. Non è strano. Io e i miei fratelli lo facevamo con le fiabe sui dischi a 45 giri, e ancora ridiamo insieme quando ricordiamo Biancaneve che era rotto e saltava al conteggio dei nani: "Uno, due, tre, quat-tre, quat-tre, quat-tre...."
Insomma, una trasmissione di Alberto Angela, pur se di eccellente qualità (adoro Alberto Angela, sia chiaro, e i suoi documentari sono magnifici, splendidi, perfetti) è troppo complessa per un ragazzino di 12 anni.
Troppo lunga (anche se spezzettata in parti di mezz'ora), troppo ricca (immagini complesse e linguaggio complesso, nonostante la chiarezza con cui vengono esposti gli argomenti), troppo densa (nonostante il ritmo sia cadenzato e studiato da professionisti ai quali non sarei degna di lustrare le scarpe).
Aggiungiamo che: a questa età non sanno prendere appunti, che si distraggono per ogni minima stupidaggine, che hanno un vocabolario davvero limitatissimo e questo complica ulteriormente le cose.
Un mio allievo, dopo aver riguardato il documentario anche a casa con i genitori, mi confidò candidamente che era riuscito a capire molte più cose perché a scuola guardava quello che facevano i compagni, anziché il video...
Così, per affrontare il complesso argomento del Rinascimento, quest'anno ho creato un video ad hoc.
Dura 10 minuti e riguarda una sola opera di Michelangelo, la Volta della Cappella Sistina.
Lo userò per "rompere il ghiaccio", mentre il resto delle lezioni saranno un mix tra lezioni tradizionali, schemi, mappe concettuali.
In questi anni, infatti, ho imparato una cosa sola: se voglio che la maggioranza della classe mi segua, devo porgere i contenuti nel maggior numero di maniere possibili, perché quello che accende l'interesse ad un mio alunno, può lasciare l'altro completamente indifferente.
Nativi digitali o no, il cervello di molti apprende meglio con i sistemi tradizionali, leggendo in classe, ripetendo a casa, copiando gli appunti alla lavagna. Altri no.
Ma in fin dei conti è sempre stato così... non siamo tutti uguali, siamo uno, due, tre, quat-tre... quat-tre... quat-tre...
venerdì 21 ottobre 2016
Arte egizia: "Caccia in palude" (dalla tomba di Nebamon)
Nulla si conosce riguardo gli artisti dell'antico Egitto, solamente i nomi dei ricchi committenti ci sono stati tramandati.
Questo video è un mio piccolo omaggio ad una meravigliosa opera d'arte e al suo sconosciuto autore.
martedì 9 febbraio 2016
Arte greca, video introduttivo
Ha millemila difetti, ma non importa, come opera prima sono già contenta così.
Spero di avere presto il tempo di farne degli altri!
venerdì 20 novembre 2015
Vincent Van Gogh
(Riassunto da Wikipedia, l'enciclopedia libera.)
Vincent Willem van Gogh (Zundert, 30 marzo 1853 – Auvers-sur-Oise, 29 luglio 1890) è stato un pittore olandese.
| Autoritratto, 1889, Musée d'Orsay, Parigi |
Tanto geniale quanto incompreso in vita, van Gogh influenzò profondamente l'arte del XX secolo. Dopo aver trascorso molti anni soffrendo di frequenti disturbi mentali, morì all'età di 37 anni per una ferita da arma da fuoco, molto probabilmente auto-inflitta.
In quell'epoca i suoi lavori non erano molto conosciuti né tantomeno apprezzati.
Van Gogh iniziò a disegnare da bambino, nonostante le continue pressioni del padre, pastore protestante che continuò ad impartirgli delle norme severe.
Iniziò a dipingere tardi, all'età di ventisette anni, realizzando molte delle sue opere più note nel corso degli ultimi due anni di vita. I suoi soggetti consistevano in autoritratti, paesaggi, nature morte di fiori, dipinti con cipressi, rappresentazione di campi di grano e girasoli.
Van Gogh in età adulta lavorò per una ditta di mercanti d'arte, viaggiò tra L'Aia, Londra e Parigi. Per breve tempo si dedicò anche all'insegnamento; una delle sue aspirazioni iniziali fu quella di diventare un pastore e dal 1879 lavorò come missionario in una regione mineraria del Belgio, dove ritrasse persone della comunità locale.
Nel 1885, dipinse la sua prima grande opera: I mangiatori di patate. La sua tavolozza, al momento costituita principalmente da cupi toni della terra, non mostra ancora alcun segno della colorazione viva che contraddistinguerà le sue successive opere. Nel marzo del 1886, si trasferì a Parigi dove scoprì gli impressionisti francesi.
Più tardi, spostatosi nella Francia del sud, i suoi lavori furono influenzati dalla forte luce del sole che vi trovò.
Le lettere
La più completa fonte primaria per la comprensione di van Gogh come artista è la raccolta di lettere tra lui e suo fratello minore, il mercante d'arte Théo van Gogh. Théo fornì a Vincent sostegno finanziario e emotivo per gran parte della sua vita. La maggior parte di ciò che ci è noto sul pensiero di van Gogh e sulle sue teorie d'arte, è scritto nelle centinaia di lettere che i due fratelli si scambiarono.
Biografia
Gli studi interrotti (1868)
Nel 1868, a causa dello scarso rendimento nonché di problemi economici del padre, Vincent abbandonò gli studi; lo zio paterno lo raccomandò alla casa d'arte Goupil & Co. L'attività della casa Goupil consisteva nella vendita di riproduzioni d'opere d'arte.
Il giovane Vincent sembrò molto interessato al suo lavoro, che lo obbligava a un approfondimento delle tematiche artistiche, lo stimolava a leggere e a frequentare musei e collezioni d'arte.
Nel 1873 fu trasferito nella filiale Goupil di Londra.
Nella pensione in cui alloggiava, si dichiarò un giorno a una figlia della proprietaria che, già fidanzata, lo respinse. Caduto in una crisi depressiva, chiese e ottenne di essere trasferito a L'Aia. Da questo momento iniziò a trascurare il lavoro: i suoi interessi cominciarono a indirizzarsi verso le tematiche religiose e la predicazione.
I dirigenti della Goupil erano sempre più scontenti di lui e Vincent, capendo di non poter continuare la sua collaborazione in quell'attività si dimise nel 1876.
La missione sociale e religiosa (1876-1880)
Tornato in famiglia, fu dissuaso dai genitori, spaventati dalle sue precarie condizioni psicofisiche, dal ripartire per l'Inghilterra.
Autorizzato, nel gennaio del 1879, a predicare temporaneamente dalla Scuola di Evangelizzazione di Bruxelles, si trasferì nel centro minerario di Wasmes, vivendo in una baracca: qui, povero tra i poveri, si prese cura dei malati e predicò la Bibbia ai minatori.
Il suo zelo e la sua partecipazione emotiva all'estrema povertà dei minatori apparvero eccessivi alla Scuola, che decise di non rinnovargli l'incarico.
Vincent continuò a svolgere quella che considerava una missione, arrivando interrompere per qualche tempo la corrispondenza con il fratello Théo, che disapprovava apertamente le sue azioni e cercava di distoglierlo da un'attività che sembrava aggravare il suo delicato equilibrio psichico.
Nel luglio del 1880 riprese la corrispondenza con Theo, che gli mandò del denaro e lo incoraggiò a indirizzare le sue generose pulsioni sociali e religiose verso l'espressione artistica. Vincent accolse il suggerimento e nell'ottobre si stabilì a Bruxelles dove, capendo di dover frequentare una scuola di tecnica pittorica, si iscrisse all'Accademia di Belle Arti. Studiò prospettiva e anatomia, impegnandosi in disegni che ritraevano soprattutto umili lavoratori della terra e delle miniere.
A Nuenen (1883-1885)
Nel gennaio del 1882 Vincent conobbe Sien, una prostituta trentenne, alcolizzata e butterata dal vaiolo, madre di una bambina e in attesa di un altro figlio, che gli fece da modella. Dopo il parto vissero insieme ed egli pensò anche di sposarla, sperando di sottrarla alla sua triste condizione.
Decise di lasciare Sien dopo un anno anche per la pressione della famiglia che, appresa la volontà di Vincent di voler sposare una prostituta, tentò addirittura di farlo internare.
Alla fine del 1883 tornò a vivere con i genitori che si erano trasferiti a Nuenen. Il padre era intenzionato ad aiutare Vincent, ponendo fine alla sua vita errabonda, ma nemmeno in quel luogo Vincent riuscì a trovare un po’ di tranquillità; il 26 marzo 1885 il padre morì improvvisamente d'infarto dopo un violento alterco con lui.
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| I mangiatori di patate, olio su tela, 82x114 cm, 1885, Van Gogh Museum, Amsterdam |
Nell'aprile del 1885 dipinse le due versioni de I mangiatori di patate, dei quali scrisse a Théo:
«Ho voluto, lavorando, far capire che questa povera gente, che alla luce di una lampada mangia patate servendosi dal piatto con le mani, ha zappato essa stessa la terra dove quelle patate sono cresciute; il quadro, dunque, evoca il lavoro manuale e lascia intendere che quei contadini hanno onestamente meritato di mangiare ciò che mangiano. Ho voluto che facesse pensare a un modo di vivere completamente diverso dal nostro, di noi esseri civili. Non vorrei assolutamente che tutti si limitassero a trovarlo bello o pregevole»
Vincent difese apertamente la sua opera, nonostante fosse consapevole dei suoi difetti:
«Non mi lascerò incantare facilmente, come si crede, nonostante tutti i miei errori. So perfettamente quale scopo perseguo; e sono fermamente convinto di essere, nonostante tutto, sulla buona strada, quando voglio dipingere ciò che sento e sento ciò che dipingo, per preoccuparmi di quello che gli altri dicono di me. Tuttavia, a volte questo mi avvelena la vita, e credo che molto probabilmente più d'uno rimpiangerà un giorno quello che ha detto di me e di avermi ricoperto di ostilità e di indifferenza. Io paro i colpi isolandomi, al punto che non vedo letteralmente più nessuno»
Anversa e Parigi (1886-1887)
In seguito, comprendendo di non poter rimanere in un paesino come Nuenen, nel novembre del 1885 si trasferì ad Anversa, frequentando assiduamente le chiese e i musei della città dove scoprì le stampe giapponesi.
Van Gogh acquistò le sue prime stampe ad Anversa e trasmise il suo interesse per quell'arte lontana al fratello Theo. Insieme raccolsero più di 400 opere che ora si trovano al Museo Van Gogh di Amsterdam.
Nel 1886 si trasferì a Parigi per migliorare la sua tecnica e vi conobbe pittori che in seguito sarebbero diventati importanti, tra i quali Toulouse-Lautrec.
La capitale francese era il centro della cultura mondiale:
«non c'è che Parigi: per quanto difficile possa essere qui la vita, e anche se divenisse peggiore e più dura, l'aria francese libera il cervello e fa bene, un mondo di bene».Il fratello vi si era trasferito da sette anni per dirigere, a Montmartre, una piccola galleria d'arte. Theo lo ospitò nella sua casa, presentandogli i maggiori pittori impressionisti. Inizialmente non era interessato alla loro pittura:
«Quando si vedono per la prima volta si rimane delusi: le loro opere sono brutte, disordinate, mal dipinte e mal disegnate, sono povere di colore e addirittura spregevoli. Questa è la mia prima impressione quando sono venuto a Parigi»D'altronde sapeva che l'abilità tecnica non doveva essere il fine dell'arte, ma solo il mezzo per esprimere il proprio sentire:
«quando non posso farlo in modo soddisfacente, mi sforzo di correggermi. Ma se il mio linguaggio non piace, ciò mi lascia completamente indifferente».Un'osservazione più puntuale delle opere degli impressionisti gli fece comprendere l'originalità e i valori racchiusi in quella nuova forma d’arte. Non aderì mai a questa scuola, perché intendeva sempre esprimere solo ciò che aveva «dentro la mente e il cuore», tuttavia grazie all'influsso della pittura impressionista tralasciò i temi sociali per i paesaggi e le nature morte e abbandonò i toni scuri e terrosi della sua pittura precedente. Sperimentò anche l'accostamento dei colori complementari e si cimentò con la tecnica puntinista inventata da Seurat.
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| Agostina Segatori (L'Italiana), olio su tela, 1887, Amsterdam |
Fu in questo periodo che conobbe Gauguin, frequentando un locale gestito dall'ex-modella di Degas, l'italiana Agostina Segatori, con la quale, per qualche mese, ebbe una relazione.
I rapporti con Théo non furono sempre idilliaci, perché l'amore fraterno spesso veniva sopraffatto dai loro disturbi psichiatrici. Il carattere generoso ma imprevedibile e collerico di Vincent non gli rendeva agevole mantenere rapporti durevoli di amicizia. Lui stesso si rendeva conto di non riuscire a manifestare le proprie opinioni senza scatti violenti.
Il desiderio di conoscere il Mezzogiorno francese, «dove c'è più colore, più sole», con la sua luce e i suoi colori mediterranei così lontani dal cromatismo nordico, fu una buona occasione per porre fine a una convivenza divenuta difficile.
Arles (1888)
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| La casa gialla, olio su tela, 76x94 cm, 1888, Van Gogh Museum, Amsterdam |
Trasferitosi ad Arles il 20 febbraio 1888, abitò prima in albergo e poi, in maggio, affittò un appartamento di quattro stanze di una casa dalle mura gialle che si affacciava su piazza Lamartine, ritratta in un quadro famoso.
Produsse una tela dopo l'altra, come se temesse che la sua ispirazione, esaltata dalle novità del mondo provenzale, potesse abbandonarlo. Si sentiva trascinato dall'emozione, che van Gogh identificava con la sincerità dei suoi sentimenti verso la natura. Le emozioni che provava di fronte alla natura provenzale erano così forti da costringerlo a lavorare senza sosta.
Del modello naturale confessava di non poter fare a meno. Non si sentiva in grado di inventare un soggetto, ma non aveva problemi a combinare diversamente i colori, accentuandone alcuni e semplificandone altri.
Scrisse:
«Non seguo alcun sistema di pennellatura: picchio sulla tela a colpi irregolari che lascio tali e quali. Impasti, pezzi di tela lasciati qua e là, angoli totalmente incompiuti, ripensamenti, brutalità: insomma, il risultato è, sono portato a crederlo, piuttosto inquietante e irritante, per non fare la felicità delle persone con idee preconcette in fatto di tecnica [...] gli spazi, limitati da contorni espressi o no, ma in ogni caso sentiti, li riempio di toni ugualmente semplificati, nel senso che tutto ciò che sarà suolo parteciperà di un unico tono violaceo, tutto il cielo avrà una tonalità azzurra, le verzure saranno o dei verdi blu o dei verdi gialli, esagerando di proposito, in questo caso, le qualità gialle o blu »
Sperimentava tecniche diverse, risaltando le forme, circondandole di contorni scuri e pennellando lo sfondo a strati, ondulando i contorni per accentuare la struttura delle forme, punteggiando con brevi pennellate o spremendo il colore dal tubetto direttamente sulla tela. Altre volte si convinceva
«di non disegnare più il quadro con il carboncino. Non serve a niente; se si vuole un buon disegno, si deve eseguire direttamente con il colore».Andando incontro a un desiderio di Vincent, nell'estate del 1888 il fratello Théo contattò Gauguin, offrendosi di pagargli il soggiorno ad Arles e garantendogli l'acquisto di dodici suoi quadri all'anno per la cifra di 150 franchi. Gauguin, dopo qualche esitazione, accettò, pensando di mettere da parte quanto gli era necessario per realizzare il suo desiderio di trasferirsi, di lì a un anno, in Martinica.
Il dramma di Arles
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| La camera di Vincent ad Arles, olio su tela, 72x90cm, 1888, Van Gogh Museum, Amsterdam |
Nell'attesa dell'arrivo di Gauguin, van Gogh si preoccupò di arredare con qualche altro mobile l'appartamento e ornò con propri quadri la camera da letto. Gli scrisse:
«Ho fatto, sempre come decorazione, un quadro della mia camera da letto, con i mobili in legno bianco, come sapete. Ebbene, mi ha molto divertito fare questo interno senza niente, di una semplicità alla Seurat; a tinte piatte, ma date grossolanamente senza sciogliere il colore; i muri lilla pallido; il pavimento di un rosso qua e là rotto e sfumato; le sedie e il letto giallo cromo; i guanciali e le lenzuola verde limone molto pallido; la coperta rosso sangue, il tavolo da toilette arancione; la catinella blu; la finestra verde.»
Gauguin giunse ad Arles il 29 ottobre 1888 e, al contrario di van Gogh, ne rimase deluso, definendola «il luogo più sporco del Mezzogiorno» e della Provenza. Il sogno di van Gogh di fondare un'associazione di pittori che perseguissero un'arte nuova lo lasciava scettico. In realtà Gauguin desiderava ardentemente trasferirsi ai tropici non appena ne avesse avuta la possibilità. Come se non bastasse era irritato dalle abitudini disordinate di Vincent, dalla sua scarsa oculatezza nell'amministrare il denaro che avevano messo in comune.
Van Gogh invece manifestava un'aperta ammirazione per Gauguin, che considerava un artista superiore. Riteneva che le proprie teorie artistiche fossero banali se confrontate con le sue.
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| Paul Gauguin, Van Gogh che dipinge girasoli, 1888 |
Nei primi giorni del dicembre 1888 Gauguin ritrasse van Gogh, rappresentandolo nell'atto del dipingere girasoli. Vincent commentò: «Sono certamente io, ma io divenuto pazzo». Nelle sue memorie Gauguin scrive che quella sera stessa, al caffè, i due pittori bevvero molto e improvvisamente Vincent scagliò il suo bicchiere contro il viso di Gauguin che riuscì a evitarlo, con gran spavento. Dopo quell'episodio seguirono giorni di tensione. Fu così che Gauguin prese la decisione di partire da Arles.
L'episodio più grave accadde il pomeriggio del 23 dicembre: van Gogh - la ricostruzione del fatto è tuttavia controversa - avrebbe rincorso per strada Gauguin con un rasoio, rinunciando ad aggredirlo quando Gauguin si voltò per affrontarlo. Gauguin corse in albergo preparandosi a lasciare Arles, van Gogh invece, in preda ad allucinazioni, si tagliò metà dell'orecchio sinistro. La mattina seguente la polizia lo fece ricoverare in ospedale, da cui uscì il 7 gennaio 1889.
In questo periodo van Gogh dipinse se stesso con l'orecchio bendato.
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| Autoritratto con orecchio bendato, 60x49 cm, 1889, Courtauld Institute Galleries, Londra |
Alternava periodi di serenità, nei quali era in grado di valutare lucidamente e ironicamente tutto quello che gli era successo, a momenti di ricadute nella malattia: il 9 febbraio, dopo una crisi nella quale si era convinto che qualcuno volesse avvelenarlo, fu nuovamente ricoverato in ospedale. Dopo essere stato dimesso per pochi giorni, nel mese di marzo fu ricoverato nuovamente in seguito a una petizione firmata da ottanta cittadini di Arles.
Vincent scrisse al fratello, esprimendo la volontà di essere internato in una casa di cura:
«Se l'alcool è stato certamente una delle più grandi cause della mia follia, allora è venuta molto lentamente e se ne andrà molto lentamente, se se ne andrà [...] Infine, bisogna prendere una posizione di fronte alle malattie del nostro tempo [...] io non avrei precisamente scelto la follia, se c'era da scegliere, ma una volta che le cose stanno così, non vi si può sfuggire. Tuttavia esisterà forse ancora la possibilità di lavorare con la pittura. »L'8 maggio 1889 Van Gogh entrò volontariamente nell’ospedale psichiatrico di Saint-Rémy-de-Provence, a una ventina di chilometri da Arles.
A Saint-Rémy-de-Provence (1889)
La diagnosi del direttore della clinica, il dottor Peyron, fu di epilessia. Oggi si ritiene che van Gogh soffrisse di psicosi epilettica: egli subiva attacchi di panico e allucinazioni ai quali reagiva con atti di violenza e tentativi di suicidio, seguiti da uno stato di torpore. Nei lunghi intervalli della malattia era in grado di comportarsi in modo del tutto normale.
Nella clinica di Saint-Rémy non veniva praticata alcuna cura. Aveva a disposizione per lavorare un'altra camera vuota, poteva anche andare a dipingere fuori dal manicomio, accompagnato da un sorvegliante, e si manteneva in contatto epistolare con il fratello che gli spediva libri e giornali.
A giugno cominciò a dipingere cipressi:
«il cipresso è bello come legno e come proporzioni, è come un obelisco egiziano. E il verde è di una qualità così particolare. È una macchia nera in un paesaggio assolato, ma è una delle note più interessanti, la più difficile a essere dipinta che io conosca»e spedì al fratello un gruppo di tele, che gli vennero lodate.
| Notte stellata, olio su tela, 73x92 cm, 1889, Museum of Modern Art, New York |
Nel 1890 Van Gogh partecipò a delle mostre, e un critico d’arte pubblicò un articolo lusinghiero su di lui. Tuttavia le sue condizioni di salute continuavano a peggiorare: in clinica ebbe una grave e lunghissima crisi, dalla quale sembrò non riuscire a riprendersi, tanto che fu lasciato a sé stesso, libero di fare quel che voleva finché, ingeriti i colori, gli fu impedito di dipingere. Solo alla fine di aprile riuscì a migliorare e manifestò allora il suo desiderio di lasciare la clinica, vista la mancanza di benefici per la sua salute.
Nel maggio 1890 Vincent lasciò definitivamente Saint-Rémy per recarsi a Auvers-sur-Oise, un villaggio a 30 chilometri da Parigi dove risiedeva un medico amico di Théo, il dottor Gachet, che si sarebbe preso cura di lui.
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| Ritratto del dottor Gachet, olio su tela, 68×57 cm, 1890, Collezione privata |
La morte ad Auvers-sur-Oise (1890)
Ma già in giugno, Van Gogh cominciò a temere una nuova crisi, e questa eventualità lo rese particolarmente nervoso. Le sue ultime tele sono paesaggi oppressi da cieli cupi e percorsi da neri voli di corvi.
«Mi sono rimesso al lavoro, anche se il pennello mi casca quasi di mano e, sapendo perfettamente ciò che volevo, ho ancora dipinto tre grandi tele. Sono immense distese di grano sotto cieli tormentati, e non ho avuto difficoltà per cercare di esprimere la mia tristezza, l'estrema solitudine.»
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| Campo di grano con volo di corvi, olio su tela, 50,3x103 cm, 1890, van Gogh Museum, Amsterdam |
La sera del 27 luglio 1890, una domenica, dopo essere uscito per dipingere i suoi quadri come al solito nelle campagne che circondavano il paese, rientrò sofferente nella locanda e si rifugiò subito nella sua camera: il padrone di casa, non vedendolo a pranzo, salì in camera sua, trovandolo disteso e sanguinante sul letto: a lui van Gogh confessò di essersi sparato un colpo di rivoltella al petto in un campo vicino.
Rifiutò di dare spiegazioni del suo gesto ai gendarmi e, con il fratello Théo che, avvertito, era accorso la mattina dopo, trascorse tutto il 28 luglio, fumando la pipa e chiacchierando seduto sul letto: gli confidò ancora che la sua «tristezza non avrà mai fine».
Morì quella notte stessa, verso l'1:30 del 29 luglio.
L'arte e le opere di Van Gogh
| Autoritratto, 1889, National Gallery of Art |
Autoritratti
Van Gogh, durante la sua vita, dipinse molti autoritratti: tra il 1886 e il 1889 rappresentò se stesso ben 37 volte. In tutte queste opere, lo sguardo del pittore è raramente diretto verso l'osservatore. Anche quando lo sguardo è fisso, sembra guardare altrove.
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| Strada con cipresso e stella, 1890 |
Una delle serie più popolari e note dei dipinti di van Gogh sono i suoi cipressi. Queste opere sono caratterizzate da pennellate molto dense, la stessa tecnica che utilizzò per uno dei suoi più noti dipinti: la Notte stellata. Questi capolavori sono diventati sinonimo dell'arte di van Gogh attraverso la loro unicità stilistica.
Van Gogh dipinse diverse versioni di paesaggi con fiori, come si vede in Paesaggio di Arles con Iris, e dipinti che raffigurano esclusivamente fiori. I principali soggetti rappresentati sono Iris, lillà, rose e i suoi famosi girasoli.
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| Iris, 1889, Getty Center, Los Angeles |
Queste opere riflettono i suoi interessi nel linguaggio del colore e della tecnica giapponese Ukiyo-e di cui si era appassionato.
L'artista ha completato due serie di dipinti di girasoli: la prima mentre si trovava a Parigi nel 1887 e la seconda, l'anno successivo, durante il suo soggiorno ad Arles. La prima serie mostra i fiori che vivono nel terreno. Nella seconda gli stessi sono raffigurati morenti nei vasi. I fiori di van Gogh sono dipinti con pennellate molto spesse e con pesanti strati di vernice.
Campi di grano e campi di ulivi
I passaggi intorno ad Arles, sono dei soggetti che van Gogh dipinse in molte occasioni. Egli realizzò, infatti, una serie di dipinti raffiguranti raccolti, campi di grano e uliveti.
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| Oliveto con nuvola bianca, olio su tela, 73x92 cm, 1889, Museum of Modern Art, New York |
Successo postumo
Dopo le sue prime mostre avvenute alla fine del 1880, la fama di van Gogh è cresciuta costantemente tra i pittori, critici d'arte, commercianti e collezionisti. Dopo la sua morte, le sue opere ebbero un notevole impatto sulle generazioni successive di artisti.
A partire dalla metà del XX secolo, Van Gogh è stato considerato come uno dei pittori più grandi e riconoscibili della storia.
Insieme a quelle di Pablo Picasso, le opere di van Gogh sono tra dipinti più costosi al mondo, come è stato stimato da case d'aste e vendite private.































